Dopo oltre quindici anni di percorso, Luther arriva a Amen, baby senza costruire a tavolino un nuovo personaggio o una nuova direzione. Il terzo album dell’artista pordenonese prende forma quasi durante la sua stessa lavorazione: dopo più di un anno in cui scrivere sembrava diventato difficile, le canzoni iniziano a nascere una dopo l’altra, fino a trovare un linguaggio comune e un’identità precisa. È in quel momento che arrivano anche il titolo, il concept e l’immaginario del progetto.
Dentro Amen, baby convivono continuamente due estremi: intimità e aggressività, sicurezza e fragilità, rap e melodia, leggerezza e introspezione. Luther non cerca di risolvere queste opposizioni, ma le considera parte della propria completezza artistica. Lo stesso titolo gioca su questa ambiguità: può suonare come una resa, una presa di coscienza oppure come una dichiarazione pronunciata con quella che lui stesso definisce una sorta di «dolce spocchia».
Un disco che diventa anche confessione, soprattutto quando entra nei territori più personali. In Le vostre voci, per esempio, l’artista mette in scena il confronto tra la parte più insicura e autodistruttiva di sé e quella capace di reagire e ritrovare fiducia, affidando proprio ai bambini dell’Accademia di Canto Vocem il ruolo simbolico della voce più luminosa.
Con Luther abbiamo parlato della nascita di Amen, baby, del bisogno ancora fortissimo di pensare in termini di album, del rapporto con la scrittura e con i producer, di identità musicale e di un live che non vuole essere semplicemente la riproduzione del disco, ma la sua naturale estensione.
“Amen, baby” arriva dopo oltre quindici anni dall’inizio del progetto Luther. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questo sarebbe stato il disco giusto per rappresentare la tua fase attuale?
Era agosto del 2025, in studio propongo qualcosa come 15/20 provini, alla fine dell’album di quei provini ne è rimasto soltanto uno, ossia Nada, tutto il resto l’ho composto in corso d’opera. Quindi posso dire che l’idea dell’album c’era ma mancava un insieme di pezzi coerenti tra di loro, paradossalmente mentre registravo l’album è venuto fuori l’album.
Registravo un pezzo e mi veniva l’idea per il pezzo dopo, quindi lo scrivevo, lo registravo e intanto mi venivano altre idee. Sapevo che avevo qualcosa da raccontare, ma non mi era ancora del tutto chiaro cosa. Molti pezzi che scrivevo prima di iniziare con le incisioni raccontavano più un me del passato piuttosto che un me attuale. Però avevo tante melodie, tante barre, tante idee, tanti pezzi fighi. E quindi quando hai tanti, troppi, pezzi fighi decidi di metterli insieme. L’album vero e proprio però, dal mio punto di vista, nasce nel momento in cui quei pezzi fighi comunicano tra di loro. Quindi avevo l’idea di fare un album perché avevo tanti pezzi insieme, e questo accadeva dopo un periodo di oltre un anno in cui non riuscivo a scrivere nulla. Senza un particolare motivo, semplicemente non mi usciva nulla, o tutto quello che mi usciva non lo consideravo all’altezza. Sapevo di non voler fare il solito percorso del far uscire cento singoli in un anno, credo ancora molto nella concezione dell’album.
Quindi comincio a registrare e, come detto, il resto è venuto da sé, poi dopo che erano pronti circa due pezzi, quindi parliamo dell’inizio, mi è venuta l’illuminazione di Amen, baby, titolo, copertina, concept, è come se il mio inconscio avesse gradualmente svelato al mio conscio la direzione da prendere. Man mano che scrivevo i pezzi mi accorgevo sempre più che stavo riuscendo a mettere in musica esattamente quello che volevo e più ne scrivevo più ne arrivavano.
Il titolo nasce dall’unione di due parole appartenenti a immaginari quasi opposti. Ti interessava creare un contrasto soprattutto estetico oppure quella dualità esiste davvero anche nel modo in cui vivi e scrivi la musica?
Esiste soprattutto nel modo in cui vivo e scrivo la musica. Passo agilmente da un pezzo intimo ad uno più aggressivo, da uno in cui dico che ti amo all’altro in cui dico che ti odio. Non lo vedo come un bipolarismo bensì come un elemento di completezza.
Sia nella scrittura che nel mood che nelle melodie non mi autoimpongo dei limiti, non mi dico “Questo pezzo dev’essere rap” oppure “Questo dev’essere pop”, vedo la musica dove mi vuole portare, vedo io dove voglio arrivare. Tutto l’album anzi è pieno di dualismi, non voluti in realtà, ma usciti naturalmente. Mi viene, ad esempio, in mente l’intro del pezzo Le vostre voci dove troviamo una voce iniziale, quasi demoniaca, che rappresenta un po’ la voce della coscienza un po’ le “malelingue” che viene poi sostituita con il progredire del pezzo dal coro dei bambini, un coro che voleva avere un taglio angelico, che invece danno forza all’artista, ossia a me, danno coraggio, fiducia, speranza.
Penso che il titolo, proprio nel suo dualismo, vuole farti capire che ti trovi davanti ad un album che ha più direzioni, anche più interpretazioni e più sfaccettature di me. Poi il titolo stesso in sé racchiude un duplice significato nel senso che quello più diretto e visivo è appunto l’accostamento tra “amen” e “baby”, quindi due parole quasi opposte appunto, quello più celato è anche il duplice significato che l’espressione stessa può assumere: amen, baby inteso come “Rassegnati è così, ma te lo dico in maniera leggera” oppure amen, baby nel senso “L’ho fatto ed è così, baby” quasi con una sorta di dolce spocchia.

Hai lavorato con producer differenti e poi affidato a Trich il compito di dare continuità al progetto. Quanto è complesso mantenere una precisa identità artistica quando le produzioni partono da sensibilità molto diverse?
Fortunatamente le basi e i produttori li scelgo io, quindi nel momento della scelta delle produzioni in maniera più o meno conscia cerco già di mettere insieme dei beat che siano coerenti tra di loro, che usino lo stesso linguaggio. La continuità su cui abbiamo lavorato in studio io e Trich è stata perlopiù direzionata a creare coerenza nella scrittura, nell’esecuzione, nelle cose concrete da dire. Certi brani li abbiamo esclusi proprio perché non rispettavano questa coerenza, non che fossero brutti, ma magari mentre registravo ci rendevamo conto che non c’entravano con Amen, baby.
Quindi diciamo che non è stato complesso perché in studio presentavo già delle produzioni che bene o male potevano seguire il concept, certo è che però il lavoro in studio non è stato affatto scontato. Dal punto di vista tecnico abbiamo pensato ad un suono che potesse essere adatto a tutti i brani, è stata una sfida ed è stata anche una scelta perché ad un certo punto la questione non è più “suona bene” o “suona male” ma nel momento in cui “suona bene” decidere come farlo suonare bene. Invece dal punto di vista della mia scrittura e della composizione delle melodie, detta sinceramente, mi è venuto tutto molto naturale: ormai ero immerso in quell’immaginario.
“Le vostre voci” coinvolge i bambini dell’Accademia di Canto Vocem e Marcus Orator. Come nasce un’apertura così particolare e cosa volevi provocare nell’ascoltatore già dal primo brano?
Hai preso in pieno uno dei miei pezzi preferiti e paradossalmente l’ultimo dell’album ad essere stato scritto, a maggio del 2026. Volevo un intro nell’album, ma non ne uscivo in nessun modo. Finché mi sono detto “Parla di te”. Ho scritto una strofa, poi un’altra e poi un’altra ancora. Le ho scartate tutte, non erano abbastanza personali, non erano abbastanza scomode, sentivo che non ero ancora davvero sincero con me stesso.
Ho pensato al fatto che sono una persona che spesso si autocritica parecchio, che in passato ha sofferto di forte ansia, che ha vissuto dando parecchio peso al giudizio degli altri; poi ho pensato al fatto che fortunatamente da questi pensieri intrusivi spesso riesco ad uscirne, perché ho molta fiducia in me stesso. Mi sono reso conto che nella mia testa è come se coesistessero due lati: uno più insicuro e autodistruttivo, l’altro più propositivo e audace. Uno più smaliziato e l’altro più tenero.
Da qui mi è venuta l’idea del ritornello cantato dai bambini, volevo che rappresentassero proprio il mio lato più tenero, un lato quasi ispirato dal trascendente; così ho scritto la loro parte immaginando una sorta di coro angelico che mi salvasse, paradossalmente, da me stesso. E il “me stesso” l’ho voluto racchiudere nella voce di Marco, una voce che mi immaginavo crescesse sempre di più nella malvagità, che seguisse quelle tipiche dinamiche che viviamo tutti del “Sì sei bravo, ma…” “Okay ce l’hai fatta, ma…” era esattamente quel “ma” logorante che lui doveva rappresentare, per poi essere schiacciato dalla parte positiva rappresentata dai bambini.
Fatto questo la strofa mi è uscita in maniera del tutto naturale. L’imprinting verso questo album che volevo creare nell’ascoltare era quello di trovarsi davanti ad una confessione vera e propria. Una confessione, però, in modo tale che potesse far sorridere l’ascoltatore. Un po’ come a dire “In questo album mi confesso, ma lo faccio in maniera figa”.

Nei tuoi lavori precedenti hai spesso cambiato pelle senza interrompere il filo del tuo percorso. Qual è invece l’elemento che, nonostante le evoluzioni sonore, senti di non aver mai perso?
Credo che l’elemento che non ho mai perso sia la necessità di dire qualcosa. Possono essere cambiate tantissime cose: il modo in cui scrivo, il modo in cui canto, il genere, il suono, persino il modo in cui mi presento all’esterno, però alla base c’è sempre stata questa esigenza di raccontare quello che mi succede e quello che mi passa per la testa. Anzi, probabilmente è proprio questo il filo che tiene insieme tutto il mio percorso. Io sono cambiato tantissimo, e penso sia anche giusto così, perché sarebbe abbastanza triste dopo tutti questi anni essere esattamente la stessa persona che ha iniziato questo progetto.
Però non è mai cambiato il bisogno di trasformare quello che vivo in qualcosa di musicale. E forse negli anni è cambiato anche il modo in cui lo faccio: all’inizio avevo più bisogno di dimostrare di saper fare determinate cose, di trovare un’identità, di capire quale fosse il mio spazio. Oggi sento molto più forte il bisogno di raccontarmi. Però la radice è la stessa: quando mi succede qualcosa, quando ho un pensiero che mi rimane addosso, quando c’è qualcosa che non riesco a dire normalmente, prima o poi finisce dentro una canzone.
Quindi se dovessi scegliere una sola cosa che non ho mai perso direi proprio questa: la musica per me non è mai stata soltanto qualcosa che volevo fare, è sempre stato il modo che avevo per dare una forma a quello che avevo dentro. È cambiato Luther, sono cambiati i dischi, ma quella necessità è rimasta.
Hai scelto di trasformare anche il release party in uno show multidisciplinare. Quanto pensi che oggi la dimensione live possa modificare o ampliare il significato di un album?
Sicuramente tantissimo. Il live può cambiare completamente la percezione che hai di un album. Un disco nasce inevitabilmente in una dimensione abbastanza personale: sei tu che lo scrivi, lo registri, lo ascolti magari per mesi prima che arrivi alle persone. Poi però, quando lo porti su un palco, smette di essere soltanto tuo e diventa un’esperienza condivisa.
È una cosa a cui tengo molto, infatti per me il concerto non è semplicemente il momento in cui vado a cantare le canzoni che ho pubblicato. Se ho costruito un immaginario intorno a un album, voglio che quell’immaginario possa continuare a vivere anche sul palco. Luci, scenografia, abiti, momenti parlati, performance, tutto può aggiungere un significato che magari nella canzone non era esplicito. Con Amen, baby questa cosa mi interessava particolarmente perché il disco vive molto di contrasti. Il live mi permette di portare fisicamente questi contrasti davanti alle persone, non soltanto di raccontarglieli attraverso una traccia audio.
E poi c’è una cosa che per me è fondamentale: il pubblico modifica inevitabilmente il significato di quello che fai. Una canzone che hai scritto in camera tua magari nasce da qualcosa di molto personale, ma quando la canti davanti a cento, duecento o mille persone e quelle persone reagiscono, cantano una frase, ridono in un determinato momento o magari rimangono in silenzio, quella canzone assume una vita nuova e diventa ancora più immortale. Per questo non penso al release party come a un concerto dell’album.
Mi interessa molto di più pensarlo come un’estensione dell’album, un sequel. Il disco lo vedo una parte di un progetto più grande e il palco è per me il luogo dove quel progetto prende vita. Alla fine penso che un album possa essere ascoltato con le cuffie, visto attraverso un’immagine, raccontato attraverso un video e poi vissuto dal vivo. E ognuna di queste dimensioni può raccontare una parte diversa della stessa cosa. Il mio obiettivo è proprio questo: non fare in modo che il pubblico ascolti soltanto Amen, baby, ma che per un certo periodo possa proprio entrarci dentro.





