“Treminutietrenta” è scritto tutto attaccato: non c’era tempo neppure per lasciare uno spazio?
«Esattamente! Battute a parte, scriverlo tutto attaccato è stata una scelta voluta per restituire fin dal titolo visivo quel’idea di compressione, frenesia e mancanza di respiro di cui parla la canzone. In un mondo in cui tutto deve scorrere veloce e compatto, anche gli spazi diventano un lusso. È il nostro modo di dire che oggi non c’è tempo da perdere, neanche per premere la barra spaziatrice!»
Se una persona ascoltasse il brano una volta sola, quale dettaglio rischierebbe di perdersi?
Rischierebbe di fermarsi al primo livello, cioè alla superficie ritmica, orecchiabile e ironica della canzone. Al primo ascolto ti lasci trasportare dal groove e dalle battute più immediate, ma al secondo o terzo ascolto ti accorgi delle sfumature nel testo e negli arrangiamenti: quel retrogusto di inquietudine che c’è dietro l’umorismo, o piccoli dettagli sonori e citazioni nascoste che danno profondità alla traccia. Il brano è strutturato proprio come uno “scrolling”: veloce all’inizio, ma pieno di dettagli per chi decide di soffermarsi.
Qual è il verso più autobiografico per Cristian e quale per Riccardo?
Per Cristian, il verso più autobiografico è sicuramente quello in cui ci definiamo “un tardigrado sparato nello spazio”: descrive alla perfezione quel misto di disagio e resistenza a ogni condizione estrema! Per Riccardo, invece, è il passaggio che parla del bisogno di fermare la fretta e la corsa continua per non perdere il contatto con la realtà. Entrambi ci rispecchiamo in questa dualità: da una parte la resilienza un po’ assurda di chi sopravvive al caos quotidiano, dall’altra la necessità di prenderci i nostri spazi per scrivere e riflettere.

Nel brano parlate di una realtà che cambia prima ancora che riusciamo a capirla. Qual è l’ultima cosa davanti alla quale avete deciso di fermarvi, invece di scorrere oltre?
Ci siamo fermati proprio noi, per quattro anni! Abbiamo deciso di fare una pausa per respirare, ascoltarci e far respirare il nostro progetto, andando completamente controcorrente rispetto ai ritmi frenetici del mercato discografico e dei social, che oggi ti impongono di pubblicare in continuazione. È stata una scelta forte, ma necessaria: fermare la giostra ci ha permesso di ritrovarci, di capire cosa volevamo dire davvero e di tornare con una consapevolezza e un’energia nuove.
Nel ritornello volete passare in radio e andare a Sanremo. Quanto c’è di ironico e quanto, invece, è un desiderio dichiarato senza troppi giri di parole?
È tutto ironico e, allo stesso tempo, senza dubbio è tutto serio! In fondo, la vita valla a capire quando devi indossare centomila maschere solo per stare al passo. Citare la radio o Sanremo è il nostro modo di prendere in giro le ambizioni patinate del music business, ma d’altra parte chi fa musica ha dentro quel fuoco e quel desiderio di arrivare. C’è la consapevolezza disincantata del gioco e, insieme, la voglia matta di dire la nostra su quei palchi. Diciamo che ridiamo del sistema, ma ci siamo dentro con tutte le scarpe.
Dopo quattro anni siete tornati a lavorare insieme. Che cosa avete scoperto l’uno dell’altro che prima della pausa non avevate capito?
Più che una scoperta, è stata una conferma ancora più profonda del nostro senso di appartenenza, della forte amicizia che ci lega e di quanto sia raro condividere la stessa passione al punto da investire tempo ed energie nello stesso identico progetto. Prima della pausa eravamo arrivati a un punto in cui avevamo perso il controllo e il confine delle cose: andavamo avanti con duemila idee, ma senza raccogliere nulla di concreto. Ci eravamo un po’ persi. Abbiamo capito che, per quanto possa sembrare un terremoto, a volte fermarsi e lasciarsi alle spalle sogni e progetti per un po’ è fondamentale. La pausa ci ha restituito la chiarezza e la direzione che stavamo cercando.
Il prossimo album si intitolerà “Perseverance”: su che cosa siete ancora ostinatissimi e che cosa, invece, avete finalmente imparato a lasciare andare?
Siamo ostinatissimi nel voler lavorare al massimo sul nostro album, curando ogni dettaglio e credendo fermamente nella nostra musica. Se prima, però, eravamo molto condizionati da certe regole discografiche del momento e dalle logiche del mercato, oggi abbiamo finalmente imparato a lasciarle andare. Vogliamo dare alle persone un prodotto che ci rispecchi in pieno, che sia il più originale e autentico possibile, senza più l’ansia di dover piacere a tutti i costi secondo schemi che non ci appartengono.






