Esistono artisti che scelgono di nascondersi dietro l’immagine e altri che sognano un mondo in cui a parlare sia solo l’opera, come per gli scrittori di una volta. Amado appartiene a questa seconda categoria. Nel passaggio dalle atmosfere solari degli esordi alla densità di “Barravento”, il musicista ligure ha intrapreso un percorso di sottrazione, cercando di spogliarsi di ogni etichetta geografica o di genere per ritrovarsi nella sua dimensione più autentica: quella di artista di frontiera.
In questo dialogo, Amado ci racconta la sua allergia per l’estetica fine a se stessa, il legame indissolubile con le proprie radici e la nuova pelle narrativa che sta provando a indossare, in un continuo e ciclico ritorno verso casa.
1. Il passaggio visivo dalle copertine solari del primo disco a quelle di questo nuovo progetto suggerisce un cambiamento radicale: quanto conta l’estetica visiva e la moda nel definire l’identità di Amado oggi?
Meno di zero. Sogno un mondo in cui, degli artisti, si conosce a malapena la faccia. Come per gli scrittori.
2. La critica ti ha spesso accostato a una sorta di “nuova scuola ligure”: senti di appartenere a un movimento geografico o ti consideri ormai un artista “apolide” senza confini di genere?
Se dovessi darmi un epiteto geografico, sarei un artista di frontiera.
3. Nel disco convivono campionamenti digitali e strumenti suonati: qual è l’elemento organico a cui non rinunceresti mai, nemmeno nel pezzo più elettronico della tua carriera?
Non ho limitazioni né tabù: se capissi di aver scritto una canzone che funziona bene solo per fisarmonica e voce, non aggiungerei altro.
4. Come convivono in te il Diego di Ventimiglia, legato alle radici, e l’artista che guarda alle produzioni internazionali più d’avanguardia?
Quando, poco più che adolescente, Diego è partito per il mondo, lì si stava formando anche Amado, mentre, per citare Novalis, stavo sempre andando a casa.
5. Dopo l’uscita di un album così denso e stratificato, quale senti che sarà la prossima “pelle” che dovrai cambiare per continuare a evolverti?
Mi sto concentrando sulla narrativa, per “svestire” ancora di più ciò che posso avere da raccontare.






