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12 Febbraio 2026

Intervista ad Amado, il cantautore che racconta l’estetica dell’invisibile e il ritorno a casa

Esistono artisti che scelgono di nascondersi dietro l’immagine e altri che sognano un mondo in cui a parlare sia solo l’opera, come per gli scrittori di una volta. Amado appartiene a questa seconda categoria. Nel passaggio dalle atmosfere solari degli esordi alla densità di “Barravento”, il musicista ligure ha intrapreso un percorso di sottrazione, cercando... Read More

Esistono artisti che scelgono di nascondersi dietro l’immagine e altri che sognano un mondo in cui a parlare sia solo l’opera, come per gli scrittori di una volta. Amado appartiene a questa seconda categoria. Nel passaggio dalle atmosfere solari degli esordi alla densità di “Barravento”, il musicista ligure ha intrapreso un percorso di sottrazione, cercando di spogliarsi di ogni etichetta geografica o di genere per ritrovarsi nella sua dimensione più autentica: quella di artista di frontiera.

In questo dialogo, Amado ci racconta la sua allergia per l’estetica fine a se stessa, il legame indissolubile con le proprie radici e la nuova pelle narrativa che sta provando a indossare, in un continuo e ciclico ritorno verso casa.

1. Il passaggio visivo dalle copertine solari del primo disco a quelle di questo nuovo progetto suggerisce un cambiamento radicale: quanto conta l’estetica visiva e la moda nel definire l’identità di Amado oggi?

Meno di zero. Sogno un mondo in cui, degli artisti, si conosce a malapena la faccia. Come per gli scrittori.

2. La critica ti ha spesso accostato a una sorta di “nuova scuola ligure”: senti di appartenere a un movimento geografico o ti consideri ormai un artista “apolide” senza confini di genere?

Se dovessi darmi un epiteto geografico, sarei un artista di frontiera.

3. Nel disco convivono campionamenti digitali e strumenti suonati: qual è l’elemento organico a cui non rinunceresti mai, nemmeno nel pezzo più elettronico della tua carriera?

Non ho limitazioni né tabù: se capissi di aver scritto una canzone che funziona bene solo per fisarmonica e voce, non aggiungerei altro.

4. Come convivono in te il Diego di Ventimiglia, legato alle radici, e l’artista che guarda alle produzioni internazionali più d’avanguardia?

Quando, poco più che adolescente, Diego è partito per il mondo, lì si stava formando anche Amado, mentre, per citare Novalis, stavo sempre andando a casa.

5. Dopo l’uscita di un album così denso e stratificato, quale senti che sarà la prossima “pelle” che dovrai cambiare per continuare a evolverti?

Mi sto concentrando sulla narrativa, per “svestire” ancora di più ciò che posso avere da raccontare.

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