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7 Gennaio 2026

Amsterdam Parkers e Basta Dirlo: ansia, amicizie e rock quotidiano

Dopo anni di gestazione, gli Amsterdam Parkers pubblicano il loro album di debutto Basta Dirlo, un lavoro che racconta la vita quotidiana di una generazione tra ansia, lavoro alienante, amicizie sincere e momenti di introspezione. Con singoli come Solo Me, Calabroni e Amara, il disco esplora tappe diverse di un percorso narrativo personale e collettivo,... Read More

Dopo anni di gestazione, gli Amsterdam Parkers pubblicano il loro album di debutto Basta Dirlo, un lavoro che racconta la vita quotidiana di una generazione tra ansia, lavoro alienante, amicizie sincere e momenti di introspezione. Con singoli come Solo Me, Calabroni e Amara, il disco esplora tappe diverse di un percorso narrativo personale e collettivo, trasformando emozioni intime in immagini musicali potenti. In questa intervista la band ci guida attraverso le scelte sonore, i testi e le influenze che hanno modellato il loro suono, tra ironia, malinconia e l’urgenza di comunicare ciò che si sente davvero.

Il disco nasce dopo anni di lavoro e contiene singoli come “Solo me”, “Calabroni” e “Amara” che esplorano ansia, isolamento e crescita personale. In che modo questi pezzi rappresentano tappe di un percorso narrativo più ampio che avete voluto raccontare con Basta Dirlo?
Ciao ragàà! Beh, i tre brani sono totalmente diversi tra di loro e sono nati in momenti lontani nel tempo e in cui eravamo davvero diversi mentalmente. Solo Me è il primo, 25enni che passano intere giornate al bar, ad “ansiare” (si dice? Ahaha) e a pensare a stupidaggini senza saperlo. Calabroni invece ha qualcosa di diverso: eravamo più consapevoli di quello che vivevamo. Avere paure delle vespe e dei ratti, delle persone che pungono e di chi agisce di nascosto. Amara è la più recente, si sente anche nell’approccio alla musica. È un brano più maturo, come noi oggi, ma meno dei noi di domani.

La vostra biografia parla di lavoro alienante, amicizie sincere e spazi quotidiani vissuti con un mix di malinconia e ironia. Quanto questo immaginario si riflette nelle scelte sonore del disco e come avete cercato di farlo emergere in studio?
Sicuramente è difficile tradurre sentimenti in note. Non sempre la tristezza deve coincidere con tonalità minori, accordi o melodie tristi, anzi… ci piacciono gli ossimori, ci piace far esplodere un pezzo in un momento di tristezza, come quando in ufficio hai avuto la tua dose quotidiana di richiami, e devi respirare un’aria diversa, ascoltare parole meno fredde e inquinanti. Inconsapevolmente siamo andati in studio molto spesso dopo lavoro, coi ritagli di tempo che avevamo, forse è per questo che si sente la stanchezza, ma anche la voglia di migliorarsi nei brani.

In Basta Dirlo si percepisce una certa “energia emotiva” nel modo in cui affrontate temi generazionali come la solitudine e la ricerca di identità. Come avete lavorato ai testi per trasformare questi sentimenti in immagini musicali efficaci?
I testi sono venuti di getto. Matteo è il tipo che si scrive tutto quello che sente o percepisce, ha una sorta di taccuino dove recensisce a volte le situazioni particolari che vive. Ci rileggiamo dopo mesi tutti insieme quei pensieri, e ci facciamo una risata amara. Quello che si sente in Basta Dirlo è un qualcosa che risale a ragazzi poco più ventenni, ma crediamo sia attuale: al giorno d’oggi si è persa tanto la voglia di fare, imparare, viviamo una sorta di depressione silente, spegniamo le emozioni. È bello ascoltare cose del passato e sentire che c’era qualcosa di diverso, che non è colpa nostra ma del contesto in cui stiamo vivendo.

Il sound del disco unisce immediata rock‑ness e momenti più introspettivi: quali influenze, dentro e fuori dalla scena indie italiana, vi hanno accompagnato durante la scrittura e la produzione di Basta Dirlo?
Dietro ogni brano scritto c’è un concerto dove ci siamo spaccati le ossa. Da ragazzini rincorrevamo gli Zen, o i FASK! Eravamo arrivati al punto in cui sottopalco ci salutavano loro e ci facevamo le birrette insieme. Avevamo inoltre un progetto musicale punk rock che ci ha permesso di salire sullo stesso palco di band del calibro dei Canova, Gazebo Penguins, Ministri, Colombre, ecc.. situazioni piccole (eccetto quella de I Ministri) ma che ci hanno permesso di condividere pensieri musicali e di vita con gente che ne sa di questo sport della musica!

La vostra musica racconta aspetti molto concreti della vita quotidiana che molti ascoltatori possono riconoscere (ansia, lavoro, relazioni, ripartenze). Avete un metodo per trasformare questi vissuti in canzoni senza cadere nel generico?
Quello che scriviamo è sentito e provato direttamente da noi, ma ciò non toglie che qualcun altro abbia potuto provare sensazioni simili. Spesso sono situazioni vissute da Matteo, cerchiamo in realtà di lasciare un po’ di “qualunquismo” in modo tale da lasciare libera interpretazione a chi ascolta. Le parole hanno un senso all’interno di un contesto, in base a come si sente l’ascoltatore, arriva un messaggio e nasce un sentimento. Le situazioni descritte sono riconoscibili, è l’ascoltatore a rendere “non-generico” il testo, con la sua lettura.

Guardando al futuro dopo Basta Dirlo, quale direzione vi piacerebbe esplorare nei prossimi lavori, sia musicalmente che nei temi narrativi? C’è qualcosa che in questo disco avete intenzione di approfondire ulteriormente o lasciare come punto di partenza?
Durante le festività, abbiamo già messo mano a chitarre, synth, nuovi suoni di batteria. Stiamo sperimentando qualcosa più “pop”, sempre in chiave aggressiva. Non vogliamo abbandonare ciò che siamo, ma nemmeno essere troppo ripetitivi. Attualmente ci siamo stabilizzati: lavoriamo tutti, non dobbiamo fare i conti con nessuno, siamo indipendenti e forse questa indipendenza farà scaturire un po’ di nostalgia, chissà…

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