Nel nuovo singolo, pubblicato da Artisti Online, il precursore del Messia diventa un modello di umiltà. Dal 16 ottobre 2026 il brano è sulle piattaforme di streaming.
“Egli deve crescere e io invece diminuire”. Edoardo Tincani parte da una delle frasi più note dei Vangeli per costruire “Giovanni Battista”, il suo nuovo singolo pubblicato da Artisti Online. Dopo alcune settimane in esclusiva su Bandcamp, il brano arriva sulle piattaforme di streaming il 16 Ottobre 2026.
La nuova uscita segue da vicino “Ode all’umiltà”, pubblicata l’11 Settembre, e i due brani sono legati. Entrambi hanno la musica di Daniele Semprini e parlano della stessa virtù. In “Ode all’umiltà” l’umiltà è una filosofia di vita, qui prende il volto di un uomo: il predicatore asceta, “voce di uno che grida nel deserto”, che preparò la strada al Messia e si disse indegno perfino di slegargli i sandali.
La canzone si apre nel luogo che definisce Giovanni: il deserto. È lì che la Parola del Signore «si è posata» sul figlio di Zaccaria. Già nella prima strofa, però, il racconto biblico si lega all’esperienza di chi canta. Il Battista ha offerto la vita al Messia, «ma la voce tua non muore / e risuona dentro me». È la chiave dell’intero brano: la voce del deserto si rivolge ancora a chi ascolta oggi. Il ritornello riprende quasi alla lettera le parole evangeliche e le trasforma in un proposito personale:
«Il regno dei cieli è già vicino! / Bisogna che diminuisca io: / se voglio progredire nel cammino / chi deve crescere è solo Dio». Qui farsi piccoli non è una rinuncia. È la condizione per crescere davvero.
La seconda strofa tratteggia il carattere del santo. Tincani lo chiama con un’immagine del Vangelo di Giovanni, «l’amico dello Sposo», che sa gioire della presenza di Gesù invece di temerla o invidiarla. Mette l’accento sulla sua onestà: «nel tuo io non mi confondo». Ricorda poi il momento in cui il Battista indica ai discepoli l’Agnello che «toglie il male ch’è nel mondo». Di fronte a Lui non prova gelosia e accetta che il suo tempo finisca: «ciò che era non è più». Il brano presenta così una figura che oggi suona quasi controcorrente: un uomo capace di cedere il centro della scena senza amarezza.
La parte centrale è la più ricercata del brano, sia per il contenuto sia per la forma. La scena è il battesimo nel Giordano: lo Spirito Santo scende e si posa su Gesù, il Figlio di Dio che battezza «non nell’acqua del Giordano / ma in Spirito e fuoco».
Proprio a questo punto il racconto diventa invocazione: «Giovanni Battista t’invoco». Il perno è il passaggio da «fuoco» a «t’invoco». La struttura a specchio lega le due metà del discorso: ciò che Giovanni ha visto al Giordano si riflette in ciò che l’autore chiede per sé. E chiede di vivere «un distacco sano / dal successo, dall’amarezza» e, come il Battista, di non rinnegare Dio «nel pianto». È un equilibrio che serve tanto davanti alla fama quanto davanti alle prove, per custodire intatto il dono della fede.
Anche la musica fa la sua parte. L’arrangiamento di Marco Gatti usa sonorità orientali che evocano la Palestina del I secolo. Nell’intermezzo strumentale il brano prende un respiro quasi epico, lontano dalla forma della canzone devozionale classica. Il risultato è un pezzo sui generis, sospeso tra cielo e deserto. Somiglia a una colonna sonora in cui immergersi per far respirare lo spirito.
Oggi tutto spinge a mettersi in mostra, a occupare spazio e a misurarsi con gli altri. In questo contesto “Giovanni Battista” fa una proposta diversa: indietreggiare per lasciare spazio a qualcosa di più grande. Duemila anni dopo, quella voce nel deserto continua a farsi sentire, e il brano la riporta a chi ha voglia di fermarsi ad ascoltarla.






