Con Kissland, Emit realizza un disco che va oltre il semplice racconto personale, diventando un ponte tra ricordo, emozione e paesaggio sonoro. Chi conosce la scena musicale sotterranea di Lodi sa quanto sia stata per anni silenziosa e al contempo viva: il giro del Bar Zaghi, Milo Scaglioni e gli artisti che animavano quelle serate hanno lasciato un’eredità nascosta, fatta di connessioni, sperimentazioni e rapporti difficilmente documentabili. Kissland sembra catturare proprio questo spirito: non in maniera nostalgica o celebrativa, ma come se Emit volesse trasporre in suono l’essenza di un mondo che non esiste più, fatto di fughe notturne, conversazioni sospese e legami fragili tra persone e città.
Musicalmente, Emit dimostra una maturità notevole. La produzione oscilla tra lo-fi e ambientazioni più organiche, con campioni registrati in presa diretta che conferiscono al disco una dimensione quasi tattile. L’uso della batteria acustica, integrata con drum machine e tappeti di synth, permette a Kissland di muoversi tra fragilità e corpo: ogni brano respira, ogni pausa è studiata e significativa. Le sonorità non sono mai ridondanti; al contrario, Emit lavora per sottrazione, creando un senso di spazio e di sospensione che diventa centrale nell’ascolto.
Tracce come Prayer in Sam introducono il disco con un tono sospeso, fragile, come una preghiera laica: qui la voce di Emit si fa veicolo di emozioni sottili, che non cercano definizione, ma suggeriscono stati d’animo. Altri brani esplorano relazioni, memoria e distanza con un approccio più ritmico, pur restando nell’alveo della delicatezza sonora, dove ogni elemento strumentale è scelto per intensificare l’impatto emotivo. Non si tratta mai di virtuosismo fine a se stesso: la musica di Emit serve il racconto interiore, creando una coesione tra testi, timbri e struttura.
Kissland è anche un disco che funziona come testimonianza di un passato sotterraneo. Lodi, il Bar Zaghi, Milo Scaglioni: nomi e luoghi che hanno alimentato una piccola scena musicale tenuta spesso lontana dalla visibilità, ma che qui trovano un riflesso nelle tracce. Il disco non riproduce quella scena, non vuole ricostruirla, ma la evoca come atmosfera, come imprinting emotivo che si insinua in ogni brano, rendendo l’ascolto più stratificato e intenso.
In definitiva, Kissland non è un disco immediato. Richiede attenzione, ascolti ripetuti e una certa disponibilità a perdersi nei dettagli, nelle pause, nei silenzi studiati di Emit. Ma è proprio questa capacità di costruire un mondo sonoro coerente eppure sfuggente a renderlo uno dei lavori più personali e maturi dell’artista, capace di coniugare introspezione, memoria collettiva e un’estetica sonora contemporanea di grande sensibilità.
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Il suono di “Kissland” nasce principalmente dall’incontro tra chitarra, drum machine e synth. Il primo dialogo è tra chitarra classica e chitarra acustica, che un po’ si alternano e un po’ si intrecciano. I beat invece sono composti da campioni organici e da una Roland tr-8s. Alcune tracce (“seme”, “ma no”) si arricchiscono sul finale della batteria acustica (di Filippo Cornaglia) dando un’ulteriore apertura e profondità sonora. I synth creano alcuni riff caratteristici, come in “gelato” e “bianco”, o accompagnano il crescendo dei pezzi. Infine sulle frequenze basse ci sono a volte dei synth e altre volte i groove panciuti del basso elettrico di Matteo Giai.
Produzione curata da Andrea De Carlo e Filippo Cornaglia, prevalentemente allo studio Lab10 di Andrea a Torino, ma anche in parte presso lo studio di Filippo a Roma, all’interno del LOA District.
Mixato da Andrea De Carlo allo studio Lab10 di Torino
Master di Giovanni Versari
Foto background su film 35mm: Francesca Veneruso






