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17 Febbraio 2026

g.em – la cantautrice che nel suo “CORPONUOVO” canta il mondo senza farsi vedere

Ascoltare il nuovo disco di g.em significa entrare in una geografia che non possiamo verificare. Ci parla di viaggi, di spostamenti, di terre lontane — eppure lei non si mostra. Non racconta quasi nulla di sé sui social, non costruisce un personaggio, non alimenta il dietro le quinte. Non suona in giro, non riempie storie... Read More

Ascoltare il nuovo disco di g.em significa entrare in una geografia che non possiamo verificare. Ci parla di viaggi, di spostamenti, di terre lontane — eppure lei non si mostra. Non racconta quasi nulla di sé sui social, non costruisce un personaggio, non alimenta il dietro le quinte. Non suona in giro, non riempie storie Instagram, non occupa spazio. Esiste solo dentro le canzoni.

Ed è una scelta che affascina quanto spiazza.

Perché la sua musica sembra scritta ai margini del mondo: immaginiamo g.em ai confini di qualcosa — una frontiera, una costa ventosa, una città straniera — con la chitarra in mano e una voce che non ha bisogno di alzarsi per farsi sentire. I brani hanno questa qualità errante: melodie che camminano, testi che osservano, arrangiamenti che non invadono mai lo spazio ma lo attraversano in punta di piedi.

Eppure, più ascoltiamo, più nasce una domanda: chi è davvero g.em?
Le storie che racconta nei pezzi sono l’unico accesso che abbiamo. Non c’è un volto ricorrente, non c’è una narrazione pubblica che ci accompagni. Il disco diventa così l’unico luogo possibile di incontro. È un’esperienza quasi analogica in un tempo digitale: o entri nelle canzoni, o non la conoscerai mai.

Musicalmente il lavoro resta coerente con la sua estetica minimale e raccolta. La voce è centrale, mai esibita; gli arrangiamenti sono sottili, quasi protettivi. Tutto sembra costruito per non sovrastare la parola. Ma questa stessa delicatezza, a tratti, rischia di diventare distanza. Manca forse un momento di rottura, un’esposizione più nuda, un rischio che trasformi il sussurro in necessità.

Il paradosso è qui: canta il movimento ma resta immobile nel sistema musicale contemporaneo. Non suona in giro, non si promuove in modo evidente, non occupa l’algoritmo. Le sue canzoni viaggiano più di lei. O forse siamo noi a dover viaggiare per raggiungerle.

Il nuovo disco di g.em non è un progetto che ti viene incontro. Non ti chiama. Non ti rincorre. È un fuoco lontano: lo vedi solo se guardi nella direzione giusta. E forse è proprio questa la sua identità più radicale — esistere senza sovraesposizione, lasciare che la musica basti.

Ma in un’epoca in cui la presenza è quasi tutto, la domanda rimane sospesa: quanto può durare un’artista che sceglie di restare invisibile?

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DOMENICA 1 MARZO

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Creare un corpo nuovo è un processo lungo, che non s’interrompe al bussare della vita che spinge in altre direzioni. Creare questo mio corpo nuovo mi ha richiesto tanta fiducia – nei suoni che sentivo giusti, nel provare qualcosa per la prima volta e, soprattutto, in me stessa. Piano piano, a volte veloce e a volte impercettibile, il movimento continuava, il corpo si faceva e si disfaceva, lasciandomi ora entusiasta delle mie nuove gambe, ora malinconica, stanca di dover imparare di nuovo a camminare e pronta a lasciar perdere. 

Con il tempo, però, si faceva più forte, più pieno, più fluido – il mio corpo nuovo è il frutto di un cambiamento dall’io al noi, in uno slancio che scopre nuove parti di me e le armonizza con il resto con gioia, quella che esplode forte come nella foto di copertina. Con questo EP mi presento completamente al pubblico e porto il mio modo di fare musica: non tanto per le classifiche glam, ma per connettersi al mondo e agli altri con cura.

(g.em)

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