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30 Aprile 2026

Intervista a Higetori Furà: “La mia generazione è stata bombardata da canoni che oggi non sono più la regola”

Esordire con un brano come “You Were By My Side” significa presentarsi subito in una zona molto delicata. Hai avuto paura, almeno per un momento, di cominciare mostrando proprio quella ferita? No, nessuna paura! Le sconfitte, o le grandi cadute, sono le cose più interessanti di una vita. Non vedo l’ora della prima volta in... Read More

Esordire con un brano come “You Were By My Side” significa presentarsi subito in una zona molto delicata. Hai avuto paura, almeno per un momento, di cominciare mostrando proprio quella ferita?

No, nessuna paura! Le sconfitte, o le grandi cadute, sono le cose più interessanti di una vita. Non vedo l’ora della prima volta in cui mi fischieranno sul palco! Scherzi a parte, la canzone non è scritta per una persona in particolare. Certo, ci sono state delle situazioni che hanno veicolato la mia ispirazione e fornitomi il tema, ma non c’è nessuno contro cui punto il dito. E anche se ci fosse stato, questa cosa della musica, di cantare qualcosa che io stesso ho pensato e scritto, non mi avrebbe frenato. È una questione troppo grande, e troppo bella, per avere paura. 

C’è un passaggio molto interessante nel tuo racconto: da una parte il riferimento a un’idea d’amore stabile, quasi esemplare, dall’altra la difficoltà di viverla davvero in prima persona. Quanto ha inciso questa distanza nella nascita del pezzo?

Sicuramente ha un’incidenza non di poco conto. La mia generazione, così come quelle precedenti, è stata bombardata da canoni che oggi non sono più la regola. Fin da bambino ti viene inculcata l’idea che tu ti debba innamorare, e che questo porti necessariamente felicità e gioia nella tua vita. Non ti spiegano invece che vivere un amore è un gran percorso di apprendimento, e che non sempre siamo pronti per le sue lezioni. Talvolta diventa allora un peso enorme e per questo soffriamo, soffriamo per immaturità, e capisco perfettamente la difficoltà di rendersi conto che – in realtà – in quei momenti tu stai rinascendo, stai fiorendo per davvero, stai già costruendo la persona nuova che sarai.
La cosa bella è che quando sei a terra – per qualsiasi ragione, non solo per vicissitudini d’amore – il tuo cuore è più aperto, e reagisce agli stimoli in maniera totalmente diversa e forse anche imprevedibile.

Nel brano si sente una tensione continua tra attaccamento e sopravvivenza, tra il restare dentro il ricordo e il tentativo di uscirne. Quanto sei stato vicino, scrivendolo, al perdere il controllo di quello che stavi raccontando?

Bella, anzi ottima definizione! In questa canzone in particolare, siccome ricordo bene le cose che ho provato in passato, e tutte le emozioni negative che mi hanno portato giù, non ho avuto particolari problemi a mantenere il filo. Però il punto è interessante: una canzone è molto lunga, anche se non sembra! Spesso mi sono ritrovato a metà brano, in fase di scrittura, con evidenti difficoltà nella proposta del tema, e quindi una canzone che all’inizio, magari, parlava d’amore, si è trasformata in un dialogo interiore, di tutt’altro respiro. O magari da una condanna morale si è arrivati a un racconto. Questo fa parte del gioco e del proprio modo di scrivere. Io, personalmente, non posso decidere prima di cosa voglio parlare, ma lo capisco man mano. Ovviamente, in casi come il mio, avere comunque anche il controllo della situazione è fondamentale.

Musicalmente scegli un impianto deciso, attraversato da una componente nu metal molto netta. Ti interessava che anche il suono avesse qualcosa di irrisolto, quasi ruvido, invece di accompagnare il testo in modo più rassicurante?

Assolutamente sì, il suono deve volutamente mettere quasi a disagio l’ascoltatore. La persona che sta vivendo l’esperienza descritta nel brano non si trova in un buon momento né in un buon posto, a livello psicologico. Crede di avere ragione nella sua ostentata sicurezza, ma non si rende conto che si sta trasformando in un mostro (“devil in a mirror, a sign I’ve seen”), la sua voce si duplica in un grido di sottofondo. Allo stesso tempo però è la vittima di tutto quello che gli sta capitando, corre a perdifiato ma nessuno lo vede, perché nessuno mai si rende conto davvero della tua sofferenza.

Hai detto che oggi vuoi allargare lo sguardo verso temi più aderenti al mondo che ti circonda. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la scrittura non ti bastava più come diario, ma chiedeva una visione più larga?

Sì, ero a cena con alcuni amici poco dopo il 7 Ottobre 2023. Le ripercussioni di questo tragico evento erano già in atto, e a cena si parlava di ragazze, di serate, e delle nuove macchine che due di noi avevano appena acquistato. Nessun riferimento a quello che era appena successo. È stato brutto realizzare di sentirsi bene nel proprio misero guscio, protetti nel nostro piccolo mondo chiamato Italia. Se devo definire un momento preciso, è stato lì che ho capito che avevo la necessità di ampliare i temi delle mie canzoni, ma perché semplicemente ero cambiato io. Scriviamo quello che siamo.

Il tuo progetto nasce da un’urgenza personale, ma oggi si presenta già come qualcosa in trasformazione. Ti senti ancora all’inizio di una ricerca o pensi di avere già capito con chiarezza dove vuoi arrivare?

Mi sento ancora all’inizio del percorso, come ovvio, ma non mi sento all’inizio di una ricerca, semplicemente perché la ricerca nella vita è costante, sia dal punto di vista strettamente tecnico-musicale, che dal punto di vista delle proprie riflessioni, essendo io anche scrittore dei miei testi. Sulla destinazione, ti dico la verità, non è importante. Che questo percorso sia un successo o un fallimento, è un’esperienza di vita che mi sta già insegnando parecchio e che riempie le mie giornate. Mi considero fortunato ad avere una cosa così preziosa sempre con me, quasi preziosa quanto un figlio, che scavalca nelle gerarchie tutti gli altri aspetti della vita. 

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