C’è un momento, nella vita di ogni musicista, in cui l’urgenza creativa supera tutto: il percorso professionale, le collaborazioni, l’identità costruita negli anni.
Per Alessandro Luccioli, batterista romano attivo da lungo tempo nella scena live italiana, quel momento nasce durante un periodo di ricerca personale e di attraversamento del mondo. Il risultato è Sahā, il suo primo album da compositore, disponibile dal 14 novembre: otto tracce che affrontano la condizione umana con un linguaggio sonoro che fonde world music, ritualità, poliritmie e atmosfere oniriche.
Un esordio che suona come un rito
Nella tradizione buddhista, Sahā indica il mondo in cui l’essere umano affronta il ciclo della vita e della morte. Non è un caso che Luccioli scelga proprio questo termine per il suo debutto: l’album è un percorso iniziatico, un attraversamento delle fragilità contemporanee — crisi, pandemie, conflitti, disillusione generazionale — che però non rinuncia alla speranza, al viaggio, alla ricerca di un centro.
Fin dalle prime note, Sahā si rivela come un disco profondamente fisico: per scelta estetica e filosofica, Luccioli ha voluto solo strumenti veri, musicisti reali, suoni organici. Nessuna simulazione, nessuna scorciatoia digitale. «Avevo bisogno di autenticità» ha raccontato.
Ed è proprio quella vibrazione umana a rendere il disco denso, materico, vivo.
Dalle coste del Portogallo alle frenesie urbane: un atlante emotivo
Le otto tracce del disco sono piccole mappe, frammenti di mondo trasformati in musica.
“Elizeth” nasce da un incontro lungo il Fishermen’s Trail in Portogallo: il passo del camminatore diventa pulsazione ritmica, le voci evocano orizzonti aperti, il pianoforte accende tramonti che tornano come ricordi lontani.
Con “Lyzard”, invece, si entra nel terreno pulsante della città: un brano rapido, irregolare, quasi scattante, che riproduce il caos urbano e il bisogno di restare in equilibrio dentro di esso.
C’è poi “Enough”, forse il brano più intimo del disco: una dedica al nipote dell’artista, un invito a ritrovare connessione con la natura quando il mondo sembra troppo rumoroso.
“Kali”, impreziosita dalla lira di Chrysanthi Gkika, è una celebrazione dell’appartenenza al pianeta, una meditazione sonora che unisce sacro, ritmo, e paesaggi interiori.
“Squamish” porta l’ascoltatore in Canada, in un limbo blu-grigiastro dove convivono disillusione e resistenza; mentre “Pangea” immagina un’umanità senza confini, un’unica tribù globale.
Il disco si chiude con “08.00 am”, un brano speciale per l’artista: la batteria è suonata da Horacio “El Negro” Hernandez, uno dei mostri sacri del drumming mondiale e idolo assoluto di Luccioli.
Il testo è una vera conversazione tra i due, nata via messaggio: un’ultima pagina che parla di amicizia, stima e gratitudine.






