In un panorama musicale sempre più orientato alla velocità e al consumo immediato, Daniele Meneghin continua a seguire una strada personale, fatta di osservazione, esperienza diretta e attenzione per le storie che nascono dalla vita quotidiana. Cantautore veneto attivo da oltre vent’anni, Meneghin ha costruito un percorso artistico lontano dalle logiche dell’urgenza, mantenendo sempre un forte legame con il territorio in cui vive e lavora.
Dopo aver raccontato il Nord Est contemporaneo in album come Gesto Atletico e aver recentemente pubblicato il singolo Il Piccione Viaggiatore, l’artista guarda oggi a nuove tematiche, senza rinunciare a quella scrittura capace di trasformare il quotidiano in racconto universale. In questa intervista ci parla del rapporto tra musica e lavoro, dell’evoluzione del suo sguardo sul territorio, della necessità di sperimentare e del valore di una canzone che sappia ancora fermarsi ad osservare il mondo.
Hai sempre portato avanti il tuo percorso musicale parallelamente alla tua attività professionale. In che modo il contatto quotidiano con il mondo del lavoro influenza la tua scrittura?
La mia professione è in pratica la maggior parte della mia vita, e questo si sente anche nelle mie canzoni. Specialmente nell’album nuovo che sto preparando sarà proprio il lavoro ad essere presente nei testi. Io scrivo di quello che vedo e vivo, e vivendo molto nel mio lavoro questo si riflette sicuramente sui testi che propongo.
In Gesto Atletico raccontavi il Nord Est e la straordinarietà nascosta nei gesti più comuni. Ti senti ancora legato a quella prospettiva narrativa oppure oggi stai osservando il mondo da un punto di vista diverso?
Sicuramente il mio punto di vista parte sempre da qui, dal Nord Est, questo luogo unico al mondo per caratteristiche e possibilità. Certo si sta trasformando, si evolve, sta perdendo un po’ delle potenzialità che aveva in passato. Si trasforma, e io racconto anche questo, attraverso il punto di vista di un viaggiatore che ha avuto la possibilità di vedere molti altri posti nel mondo.
Nel corso della tua carriera hai attraversato stagioni musicali differenti, dal cantautorato più classico a produzioni più moderne ed elettroniche. Quanto conta per te continuare a sperimentare senza perdere la tua identità?
Mi diverte, mi stimola, mi incuriosisce sperimentare. Lo faccio da sempre, fa parte della mia voglia di provare cose nuove. Penso che il modo di scrivere e il modo in cui nascono le mie canzoni, sommato al fatto che per prima cosa le mie canzoni devono piacere a me, le renda sempre coerenti con chi sono e sempre riconoscibili, anche quando gli arrangiamenti sono molto diversi.
Hai collaborato a lungo con musicisti e produttori come Osvaldo Di Dio e Paolo Iafelice. Cosa ti hanno insegnato questi incontri e come hanno influenzato il tuo modo di costruire una canzone?
Loro sono dei professionisti del settore, con un’esperienza e un background estremamente ricchi che hanno portato visioni e modi diversi all’interno dei miei brani. Sono davvero felice e fortunato di poter avere delle competenze così forti a collaborare con me.
In un’epoca dominata dalla velocità e dai contenuti usa-e-getta, credi che ci sia ancora spazio per una canzone che si prenda il tempo di osservare, raccontare e riflettere?
Penso che chi ne ha la capacità e la voglia, se lo prenderà lo spazio e il tempo. Penso che sia più facile scrollare senza capire bene, con il solo obiettivo di “drogarsi di dopamina”, piuttosto che avere la curiosità di approfondire. Ma penso anche che il bello di essere vivi sia poter scegliere e non vedo perché tutti debbano avere la necessità di riflettere se vivono già bene così.






