In un panorama musicale in continua trasformazione, dove velocità e immediatezza spesso prendono il sopravvento sulla profondità, esistono progetti che scelgono una direzione diversa: quella della costruzione, della consapevolezza e della continuità. Self Made Men, il nuovo lavoro di Flesha & Jap, si inserisce proprio in questo spazio, proponendosi come un racconto autentico di percorso, identità e crescita artistica.
Non si tratta semplicemente di un disco, ma di una sintesi di esperienze maturate nel tempo, di scelte fatte con coerenza e di un legame mai interrotto con la cultura Hip Hop. Un progetto che nasce dall’esigenza di raccontarsi senza filtri, mantenendo uno sguardo lucido sul presente ma con radici ben salde nella tradizione.
Tra sonorità che dialogano con il passato e sensibilità contemporanee, Self Made Men costruisce un equilibrio che riflette la maturità dei due artisti, offrendo un ascolto che alterna energia e introspezione. In questa intervista, Flesha & Jap approfondiscono il significato del progetto, il valore dell’identità artistica e il ruolo che la musica continua ad avere nel loro percorso.
Self Made Men è un disco che racconta un lungo percorso artistico. Qual è stata l’ispirazione principale dietro questo progetto?
L’ispirazione principale è stata la nostra storia. Tutto quello che abbiamo costruito fino a oggi, con fatica e indipendenza, volevo che trovasse voce in un album. Volevamo raccontare cosa significa essere “self made”: non solo fare musica, ma affrontare sfide, crescere e restare coerenti con se stessi. È stato anche un modo per guardare indietro, riflettere su ciò che abbiamo imparato e condividerlo con chi ci ascolta, senza filtri. In sintesi, il disco nasce dalla voglia di trasformare la nostra esperienza in musica autentica, che parli sia a chi ci segue da anni sia a chi ci scopre oggi.
Nel vostro lavoro si sente un forte legame con la tradizione Hip Hop. Quanto è importante per voi questo legame?
È fondamentale. La tradizione ci dà le radici, il senso di cosa significa davvero fare Hip Hop. Senza di essa, rischi di perdere l’autenticità. Per noi non è nostalgia, ma punto di partenza. Ascoltare e rispettare le origini ci permette di costruire qualcosa di nuovo senza dimenticare chi siamo e da dove veniamo. È anche un modo per mantenere viva la cultura: portare avanti valori, tecniche e storie che hanno formato generazioni di rapper, allo stesso tempo ci dà libertà di sperimentare. Sapere da dove vieni ti permette di scegliere con consapevolezza dove vuoi andare.

Come nasce di solito una vostra traccia: prima il beat o prima il testo?
Dipende dal pezzo, ma di solito parte dal beat. Un buon beat ti ispira subito le immagini, le vibrazioni e il flow giusto per le barre. Però ci sono tracce che nascono dalle parole. A volte hai un’idea, un concetto o una storia che vuoi raccontare, e poi cerchi il suono che la valorizzi. In realtà è un continuo scambio. A volte il beat ti guida, altre volte le parole dettano il ritmo. Alla fine quello che conta è che tutto suoni coerente e vero. L’importante è che il processo sia naturale. Forzare uno dei due elementi rischia di rendere la traccia artificiale.
Le collaborazioni presenti nel disco arricchiscono molto il progetto. Cosa cercate in un featuring?
Cerchiamo sempre qualcuno che condivida la nostra visione. Non è solo una questione di nome o popolarità, ma di energia e attitudine. Deve esserci sintonia creativa. Se l’artista capisce il mood del pezzo e aggiunge valore senza snaturarlo, allora funziona. Per noi un featuring deve raccontare qualcosa insieme a noi, non sovrapporsi. Deve essere parte integrante della storia del brano. Alla fine, il miglior featuring è quello in cui entrambi i mondi si incontrano senza compromessi, e il risultato suona naturale e autentico, per questo abbiamo avuto il privilegio di avere nel nostro progetto amici e persone che stimiamo umanamente prima che musicalmente, come Esa, Medrano, Kalibro ed Eyem Bars tra i vari.
Che tipo di atmosfera volevate creare con questo album?
Volevamo un mix tra energia e introspezione. Ci sono pezzi che definiremo di esercizio stilistico come ”Once Again”, “Tuto Ben” o “In Ya Area”, altri molto intimi e riflessivi come “La Giostra”, altri di rivalsa come la traccia che da il titolo al progetto appunto, “Self Made Men” o “Tutti I Giorni”, tutti i brani complessivamente mantengono un senso di autenticità. L’atmosfera è quella di un viaggio: dal passato al presente, dalle difficoltà ai traguardi, senza mai perdere il filo della nostra storia. Volevamo che chi ascolta si sentisse parte di questo percorso, che sentisse il battito e l’anima del disco. Alla fine, l’obiettivo era far percepire coerenza, indipendenza e quella sensazione di “self made”, sia nei suoni che nei testi. Non ha la pretesa di essere un classico del genere, noi non stabiliamo i canoni, quello lo fanno gli ascoltatori, volevamo dare una versione 2.0 di noi stessi e mostrare che possiamo essere ancora più versatili rispetto a “Longevity”, il nostro Album precedente.

Cosa rappresenta oggi per voi fare musica rap?
Per noi fare rap oggi significa raccontare la realtà senza filtri. È uno strumento per esprimere chi siamo, cosa abbiamo vissuto e cosa vogliamo comunicare. È anche responsabilità. Ogni barra ha un peso, perché il rap arriva diretto a chi ascolta e può influenzare pensieri ed emozioni. Ma è soprattutto libertà. Libertà di sperimentare, di raccontarsi, di portare avanti la propria visione senza compromessi. In sintesi, fare rap oggi è continuare a crescere, restare coerenti con se stessi e contribuire a una cultura viva che parla ancora di storie vere.






