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18 Agosto 2026

Galapaghost: «Un vero artista non deve nascondere le proprie fragilità»

Con Neon Dream, pubblicato lo scorso 7 agosto, Galapaghost apre un nuovo capitolo di un percorso musicale iniziato nel 2009 e costruito negli anni attraverso folk, indie, elettronica e cantautorato. Un percorso che non sembra mai essere stato guidato dalla necessità di trovare una formula definitiva, quanto piuttosto dalla curiosità di continuare a cercare. Nel... Read More

Con Neon Dream, pubblicato lo scorso 7 agosto, Galapaghost apre un nuovo capitolo di un percorso musicale iniziato nel 2009 e costruito negli anni attraverso folk, indie, elettronica e cantautorato. Un percorso che non sembra mai essere stato guidato dalla necessità di trovare una formula definitiva, quanto piuttosto dalla curiosità di continuare a cercare. Nel nuovo EP, questa attitudine si traduce ancora una volta nella volontà di sperimentare senza rinunciare a un’identità precisa.

Alle spalle di Galapaghost, però, non c’è soltanto una storia musicale. Ci sono trasferimenti, incontri, cambiamenti personali e un rapporto con l’industria musicale profondamente mutato nel corso degli anni. Dal tour con John Grant, vissuto quando aveva appena 22 anni, al trasferimento definitivo in Italia nel 2021; dai blog che un tempo rappresentavano il cuore della scena indipendente all’abbandono dei social network, la sua esperienza sembra seguire una linea precisa: quella della ricerca di un modo sempre più autentico di essere artista, senza preoccuparsi troppo delle aspettative esterne.

In questa intervista Galapaghost racconta proprio questo percorso: l’importanza di accettare le proprie fragilità, il desiderio di non essere imprigionato in un genere, il rapporto tra luoghi e creatività, i cambiamenti dell’industria musicale e la scelta, controcorrente, di allontanarsi dai social. Fino a una possibile, futura deviazione verso il metal e alla consapevolezza che anche gli errori, soprattutto all’inizio, siano parte indispensabile del viaggio.


1. Guardando al percorso che hai costruito finora, quali sono stati i momenti in cui hai sentito di aver cambiato davvero direzione, non solo musicalmente ma anche nel modo di pensare la tua identità artistica?

Uno dei momenti più importanti della mia vita è stato il tour con John Grant, quando avevo appena 22 anni. Ricordo di aver pensato: «Ecco cosa significa davvero essere un artista». È stato lui a insegnarmi che un artista non deve nascondere le proprie fragilità o cercare di apparire diverso da ciò che è. Mi ha insegnato ad accettare tutto di me stesso, i lati belli e quelli più difficili, e a trasformarli in musica. In fondo, essere un vero artista significa semplicemente essere umano. Non è una costruzione, non è una maschera. Se sei autentico come persona, lo sarà anche la tua musica. E, a quel punto, non hai più bisogno di sforzarti di essere qualcun altro.

Quello che ho sempre ammirato di John è che era esattamente la stessa persona sul palco e fuori dal palco. Non interpretava un personaggio: era semplicemente sé stesso.

Un altro momento decisivo è stato il trasferimento definitivo in Italia, nel 2021. È stato un cambiamento enorme, un vero ribaltamento della mia vita, che mi ha portato a rimettere in discussione tante cose: chi fossi come persona, come padre, come marito e, naturalmente, anche come artista.

2. Nel corso degli anni hai attraversato folk, indie, cantautorato e sonorità sempre più personali. Quanto è importante per te non sentirti legato a un genere e quanto, invece, hai bisogno di riconoscere un filo conduttore nella tua musica?

Per me il genere musicale non è poi così importante. Mi ritrovo spesso a scrivere musica folk o elettronica semplicemente perché sono i linguaggi che mi vengono più naturali e che riesco a sviluppare da solo.

Detto questo, ho anche un’anima piuttosto metal. Amo band come Queens of the Stone Age, Rage Against the Machine, e Alice in Chains, quindi mi piacerebbe tantissimo registrare un album metal. Farlo da solo, però, sarebbe davvero complicato. Non mi interessa dare l’impressione che dietro ci sia una band quando in realtà lavoro da solo e, soprattutto, non so suonare la batteria! Magari un giorno incontrerò le persone giuste e quel disco diventerà realtà.

Più che legarmi a un genere, mi interessa che chi ascolta riconosca subito una canzone di Galapaghost, che sia folk, rock, elettronica o metal. Vorrei che fossero la mia identità e la mia sensibilità a emergere, indipendentemente dal suono.

3. La tua storia musicale è anche una storia di spostamenti, luoghi e cambiamenti di vita. Quanto il posto in cui vivi influenza concretamente il modo in cui scrivi e quanto, invece, riesci a portarti dietro la tua dimensione musicale indipendentemente da dove ti trovi?

Sì, direi proprio di essermi spostato parecchio nella mia vita adulta, ahah. Credo davvero che, per poter scrivere, bisogna prima di tutto vivere. E io ho vissuto tante esperienze diverse, che probabilmente sono il motivo per cui continuo ad avere una fonte inesauribile di ispirazione.

Naturalmente c’è anche tanto lavoro dietro. Negli anni ho scritto così tante canzoni che ormai ho perso il conto.

Penso che anche i luoghi in cui vivi influenzino il tuo modo di vedere il mondo. Ogni posto ti regala una prospettiva diversa, soprattutto quando ti trovi a vivere in un paese straniero. Ma questo succede solo se sei davvero disposto ad aprirti a culture e modi di vivere diversi dal tuo, e io cerco sempre di esserlo.

Ovunque vai c’è qualcosa da imparare. Ogni persona ha una storia da raccontare, se hai la pazienza e la curiosità di fermarti ad ascoltarla.

4. Hai iniziato il tuo percorso in un momento in cui per un artista indipendente era già possibile costruirsi un pubblico senza seguire necessariamente i percorsi tradizionali dell’industria musicale. Oggi, dopo tanti anni, cosa pensi sia diventato più facile e cosa invece molto più difficile?

Sì, il panorama musicale è cambiato tantissimo da quando ho iniziato il progetto Galapaghost, nel 2009. All’epoca erano i blog a guidare la scena indie. Le playlist non esistevano ancora, quindi passavo ore a scrivere email personali ai blogger di tutto il mondo per far ascoltare la mia musica. Molti di loro hanno creduto davvero in quello che facevo, soprattutto quando è uscito Never Heard Nothin’.

Ci ho dedicato un’enorme quantità di tempo. Quando non lavoravo o non registravo musica, ero davanti al computer a contattare blogger uno a uno. È stato un lavoro enorme, ma credo che abbia dato i suoi frutti, perché è proprio così che ho iniziato a farmi conoscere.

Quello che mi manca di quel periodo sono proprio i rapporti umani. C’era un dialogo diretto, personale. Oggi, invece, sembra che tutto debba passare attraverso i social media e, sinceramente, è un mondo che non sento mio. Anzi, è probabilmente l’aspetto dell’industria musicale con cui ho fatto più fatica a convivere.

Per questo, qualche tempo fa, ho deciso di lasciare completamente i social. E non me ne sono mai pentito. Se questo significa avere meno visibilità online, va benissimo così. Sono in pace con questa scelta. Ho sempre cercato di fare musica seguendo la mia strada e, paradossalmente, allontanarmi dai social mi ha fatto sentire molto più libero.

5. Nel tuo percorso hai scelto spesso di sperimentare e di non ripetere semplicemente ciò che aveva funzionato in precedenza. Ti è mai capitato di avere paura che un cambiamento musicale potesse allontanare una parte del pubblico che avevi costruito?

Ahah, no, sinceramente non è una cosa che mi preoccupa. Amo gli artisti che nel corso della loro carriera continuano a crescere, cambiare e sperimentare. Anche quando una nuova direzione non incontra i miei gusti, finisco comunque per rispettarli ancora di più proprio perché hanno avuto il coraggio di rischiare, invece di restare nella loro zona di comfort.

Credo che tutti i veri artisti sentano il bisogno di mettersi continuamente alla prova. Personalmente, non vorrei mai essere definito da un suono o da un genere preciso.

6. Se potessi tornare all’inizio del tuo percorso musicale e parlare con il Galapaghost di allora, cosa gli diresti di fare diversamente e cosa invece gli consiglieresti assolutamente di non cambiare?

Ahah, bella domanda! Sinceramente, non credo che gli direi molto. Soprattutto all’inizio della mia carriera ho fatto tantissimi errori, ma penso che siano proprio gli errori a dimostrare che stai davvero cercando di costruire qualcosa. Fanno parte del percorso.

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