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9 Febbraio 2026

Greams: “La mia musica non esplode, scava un solco. Vi racconto la mia Deluxe.”

Esistono progetti musicali che non cercano il consenso immediato della “hit” estiva, ma preferiscono agire per sedimentazione. Greams appartiene a questa rara categoria di artisti. Con l’uscita della sua versione Deluxe, l’artista non si è limitato ad aggiungere dei capitoli a una storia già scritta, ma ha scelto di rileggerne l’intera trama, offrendo all’ascoltatore una... Read More

Esistono progetti musicali che non cercano il consenso immediato della “hit” estiva, ma preferiscono agire per sedimentazione. Greams appartiene a questa rara categoria di artisti. Con l’uscita della sua versione Deluxe, l’artista non si è limitato ad aggiungere dei capitoli a una storia già scritta, ma ha scelto di rileggerne l’intera trama, offrendo all’ascoltatore una nuova prospettiva su un’identità sonora sempre più definita.

Tra atmosfere notturne, sintetizzatori che trasformano l’emozione in materia solida e una voluta resistenza alla velocità del consumo moderno, Greams ci guida nel suo processo creativo. In questa intervista, esploriamo il bisogno di controllo, la bellezza dell’errore imprevisto e la volontà di creare un “luogo” sonoro capace di resistere alla prova del tempo.

La deluxe edition non sembra un semplice completamento del disco, ma quasi una sua rilettura. In che modo ti ha costretto a rimettere mano non solo ai brani, ma al loro senso complessivo?

«La Deluxe è stata il modo per capire cosa avessi costruito davvero. Quando sei immerso nel primo disco, sei troppo vicino ai pezzi per vederli chiaramente. Rimetterci mano mi ha permesso di guardare il progetto con più distacco; non è stato un “aggiustare”, ma un completare.»

Il tuo suono dà spesso l’idea di qualcosa che insiste, che ritorna, più che di qualcosa che esplode. È una forma di resistenza al ritmo rapido con cui oggi si consuma la musica?

«Mi piace l’idea che il suono insista. Oggi la musica viene consumata con una velocità assurda, tutto deve esplodere subito per catturare l’attenzione. Il mio è un approccio diverso: mi piace che il suono si prenda il suo tempo, che scavi un solco invece di fare il botto. Non so se sia una forma di resistenza consapevole, ma sicuramente è il mio modo di proteggere l’ascolto. Se un brano ritorna e insiste, vuol dire che ti sta chiedendo di restare lì, non di passare subito al prossimo.»

Quanto è importante per te il controllo del dettaglio? E c’è stato un momento in cui hai sentito che un brano funzionava proprio perché stava sfuggendo alla tua idea iniziale?

«Il controllo per me è fondamentale, curo tutto perché sento che ogni dettaglio contribuisce all’identità di Greams. Però i momenti migliori sono quelli in cui il brano deraglia. Mi è successo spesso di avere un’idea precisa in testa e poi, magari per un errore su un synth o un effetto non previsto, trovarmi davanti a un suono che non avevo pianificato ma che trasmetteva molto di più.»

Nella tua musica c’è una forte dimensione notturna e introspettiva, ma mai compiaciuta. Che tipo di rapporto hai con l’emotività quando componi: la usi come motore o come qualcosa da tenere a distanza?

«L’emotività è il motore, ma non deve diventare un limite. Cerco di mantenere una certa lucidità mentre compongo: prendo quello che sento e lo passo attraverso le macchine. I synth mi servono proprio a dare una forma solida, elettronica, a qualcosa di molto fluido e personale. È un modo per rendere l’emozione condivisibile.»

Guardando indietro al tuo percorso, senti di aver costruito un’identità riconoscibile o preferisci pensare a Greams come a un processo ancora in movimento?

«Spero che l’identità sia riconoscibile, ma mi piace pensare a Greams come a un processo in continuo movimento. Se riascolto il debutto e poi la Deluxe, vedo già dei cambiamenti. L’obiettivo non è trovare una formula e ripeterla all’infinito, ma mantenere una coerenza di fondo mentre sperimento nuove direzioni.»

Se questo disco dovesse essere ascoltato tra dieci anni, cosa ti piacerebbe che rimanesse intatto: il suono, l’atmosfera o le domande che lascia aperte?

«Vorrei che chi riascolta questo disco tra dieci anni venisse proiettato subito in quel “luogo” specifico dove è nato. Se l’atmosfera regge il tempo, allora vuol dire che avrò fatto un buon lavoro.»

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