Blind Loops è un progetto che muove i suoi passi tra nu-jazz, elettronica e improvvisazione, costruendo un linguaggio sonoro basato su loop, stratificazioni ritmiche e un equilibrio costante tra istinto e struttura. Con Surfing pt. 2, il singolo più recente, la band pubblica una traccia dal carattere meditativo, nata come estensione di un altro brano e diventata presto un tassello autonomo del loro percorso. Un’uscita che conferma una visione coerente e che si inserisce in un cammino più ampio, destinato a sfociare nel primo album previsto per il 2026.
Surfing pt. 2 è il vostro singolo più recente: come è nato questo brano e quale esigenza espressiva c’era alla base della sua composizione?
La traccia in realtà è scaturita dalla coda finale di un altro pezzo, ma siccome è stata completata prima del brano di origine, abbiamo deciso di pubblicarla in anticipo. È un brano meditativo.
Rispetto ai precedenti singoli, che tipo di evoluzione sentite ci sia nel vostro linguaggio sonoro con Surfing pt. 2?
Non c’è un’evoluzione rispetto ai singoli precedenti, perché i brani che stiamo pubblicando attualmente sono stati tutti concepiti nello stesso periodo e rispecchiano un’estetica comune.
Nei vostri brani convivono nu-jazz, elettronica e improvvisazione: come si bilanciano questi elementi durante la fase di scrittura?
Il nostro processo è un ibrido: tutto parte spesso da un’idea singola, un riff o un loop che funge da nucleo centrale. Attorno a questo centro di gravità improvvisiamo per sviluppare un discorso collettivo, ma la vera scrittura avviene dopo, tramite un lavoro di selezione e riassemblaggio delle registrazioni. L’improvvisazione è la modalità attraverso cui sviluppiamo un canovaccio iniziale, mentre la produzione successiva agisce da filtro per dare ordine al caos.
Quanto spazio lasciate all’istinto e all’improvvisazione quando lavorate in studio rispetto al lavoro di arrangiamento più strutturato?
In studio l’istinto lascia spazio a una scrittura molto schematica; i brani vengono prodotti e fissati quasi come fossimo una rock band. La componente puramente jazzistica e libera la riserviamo quasi esclusivamente ai concerti dal vivo, dove apriamo delle sezioni interne ai brani per l’interplay estemporaneo.
C’è stato un momento preciso, durante la produzione del singolo, in cui avete capito che il brano era arrivato nella sua forma definitiva?
Capiamo che un brano è finito quando la struttura, frutto di una progressiva evoluzione delle improvvisazioni, si consolida e regge da sola. È il momento in cui il loop smette di essere solo una ripetizione meccanica e diventa un appiglio solido sia per noi che creiamo, sia per chi ascolta. Quando gli elementi orbitano in equilibrio dinamico tra loro, il pezzo è chiuso.
Questo nuovo singolo rappresenta un episodio a sé o è parte di un percorso più ampio che porterà a nuove uscite o a un disco vero e proprio?
Il brano è un tassello di un mosaico più grande. Abbiamo lavorato intensamente per gran parte del 2025 componendo molto materiale che confluirà nel nostro primo album. Il disco è già pianificato e vedrà la luce nel 2026.






