Con Lezioni di Canto, Kublai propone un album in cui la produzione domestica e solitaria diventa strumento narrativo e poetico. Tra tensione e abbandono, precisione e imperfezione, il disco esplora il silenzio, lo spazio vuoto e la libertà dell’elettronica come nuovi strumenti di espressione. In questa intervista, il cantautore racconta come le scelte radicali, gli esperimenti stilistici e la gestione della voce abbiano dato forma a un lavoro in cui ogni traccia diventa una lezione di ascolto e introspezione.

Ci sono stati momenti in cui hai dovuto cambiare completamente un brano rispetto all’idea iniziale durante la produzione?
A dire la verità non mi capita quasi mai, ma non perché non cambi idea. Più semplicemente, mi censuro molto durante la composizione, e quando scelgo, di solito, è una scelta definitiva. A ciò va aggiunto che non parto da idee iniziali chiuse, mi piace seguire la corrente, vedere dove mi porterà.
Alcune tracce sembrano giocare con la tensione tra precisione e imperfezione: qual è stata la scelta più radicale che hai fatto in fase di registrazione o mixaggio?
La scelta più radicale è stata senz’altro quella di produrre questo disco in casa, da solo. Ho accettato che ne sarebbe uscito disco dispari, sbilanciato; ma credo davvero che, se fosse “dritto”, sarebbe un album molto meno interessante.
Il disco contiene momenti di silenzio e spazi vuoti molto marcati: quanto pensi che il non detto sia parte integrante della narrazione musicale?
Penso che il silenzio sia un contenitore solido, il suono e la parola sono il contenuto. Ma oggi la parola è debole, inflazionata, è il vuoto che le sta attorno a enfatizzarla e corroborarla. Direi che il silenzio è l’argine della musica e la musica l’argine della parola. Senza un rapporto chiaro tra queste strutture tutto si assomiglia, e perde rilevanza.
Nel tuo primo disco l’elettronica era meno presente, mentre in Lezioni di Canto diventa uno strumento espressivo centrale: com’è cambiato il tuo rapporto con l’elettronica e cosa ti ha permesso di dire oggi che prima non riuscivi a esprimere?
L’elettronica che uso non è “di genere”, è uno strumento come gli altri. Negli anni mi ha aiutato a uscire dal mio mondo nativo, che è la musica acustica. Mi ha prestato una grammatica nuova quando quella in cui sono cresciuto non mi è più bastata. Direi che è una galassia vicina, con cui ho rapporti frequenti e cordiali, ma non è la mia galassia.
Guardando alla scrittura dei testi, c’è stato un esperimento stilistico o narrativo che ti ha spinto fuori dalla tua zona di comfort e che oggi senti come un punto di svolta dell’album?
Non vivo la scrittura con abbastanza consapevolezza da sapere cosa stia fuori dal mio “comfort” e cosa dentro. Sono sempre a disagio quando scrivo, direi che la scrittura è un grande evitamento, la strada più veloce per allontanarmi da me stesso. Quindi, forse, non sono mai davvero a disagio. Le canzoni di questo disco sono storie personali romanzate, ma è come se non fossero cantate dalla stessa voce. Si passa dalla prima, alla seconda, alla terza persona senza preavviso, non è sempre chiaro chi stia cantando. Forse l’esperimento narrativo è proprio il dar voce a questo coro spezzato, disunito. Tante Lezioni di canto individuali che, come rette parallele, non si incontrano mai.





