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20 Dicembre 2025

Kublai di regala le sue lezioni di canto tra silenzi, elettronica e imperfezioni

Con Lezioni di Canto, Kublai propone un album in cui la produzione domestica e solitaria diventa strumento narrativo e poetico. Tra tensione e abbandono, precisione e imperfezione, il disco esplora il silenzio, lo spazio vuoto e la libertà dell’elettronica come nuovi strumenti di espressione. In questa intervista, il cantautore racconta come le scelte radicali, gli... Read More

Con Lezioni di Canto, Kublai propone un album in cui la produzione domestica e solitaria diventa strumento narrativo e poetico. Tra tensione e abbandono, precisione e imperfezione, il disco esplora il silenzio, lo spazio vuoto e la libertà dell’elettronica come nuovi strumenti di espressione. In questa intervista, il cantautore racconta come le scelte radicali, gli esperimenti stilistici e la gestione della voce abbiano dato forma a un lavoro in cui ogni traccia diventa una lezione di ascolto e introspezione.


Ci sono stati momenti in cui hai dovuto cambiare completamente un brano rispetto all’idea iniziale durante la produzione?

A dire la verità non mi capita quasi mai, ma non perché non cambi idea. Più semplicemente, mi censuro molto durante la composizione, e quando scelgo, di solito, è una scelta definitiva. A ciò va aggiunto che non parto da idee iniziali chiuse, mi piace seguire la corrente, vedere dove mi porterà.

Alcune tracce sembrano giocare con la tensione tra precisione e imperfezione: qual è stata la scelta più radicale che hai fatto in fase di registrazione o mixaggio?

La scelta più radicale è stata senz’altro quella di produrre questo disco in casa, da solo. Ho accettato che ne sarebbe uscito disco dispari, sbilanciato; ma credo davvero che, se fosse “dritto”, sarebbe un album molto meno interessante.

Il disco contiene momenti di silenzio e spazi vuoti molto marcati: quanto pensi che il non detto sia parte integrante della narrazione musicale?

Penso che il silenzio sia un contenitore solido, il suono e la parola sono il contenuto. Ma oggi la parola è debole, inflazionata, è il vuoto che le sta attorno a enfatizzarla e corroborarla. Direi che il silenzio è l’argine della musica e la musica l’argine della parola. Senza un rapporto chiaro tra queste strutture tutto si assomiglia, e perde rilevanza.

Nel tuo primo disco l’elettronica era meno presente, mentre in Lezioni di Canto diventa uno strumento espressivo centrale: com’è cambiato il tuo rapporto con l’elettronica e cosa ti ha permesso di dire oggi che prima non riuscivi a esprimere?

L’elettronica che uso non è “di genere”, è uno strumento come gli altri. Negli anni mi ha aiutato a uscire dal mio mondo nativo, che è la musica acustica. Mi ha prestato una grammatica nuova quando quella in cui sono cresciuto non mi è più bastata. Direi che è una galassia vicina, con cui ho rapporti frequenti e cordiali, ma non è la mia galassia.

Guardando alla scrittura dei testi, c’è stato un esperimento stilistico o narrativo che ti ha spinto fuori dalla tua zona di comfort e che oggi senti come un punto di svolta dell’album?

Non vivo la scrittura con abbastanza consapevolezza da sapere cosa stia fuori dal mio “comfort” e cosa dentro. Sono sempre a disagio quando scrivo, direi che la scrittura è un grande evitamento, la strada più veloce per allontanarmi da me stesso. Quindi, forse, non sono mai davvero a disagio. Le canzoni di questo disco sono storie personali romanzate, ma è come se non fossero cantate dalla stessa voce. Si passa dalla prima, alla seconda, alla terza persona senza preavviso, non è sempre chiaro chi stia cantando. Forse l’esperimento narrativo è proprio il dar voce a questo coro spezzato, disunito. Tante Lezioni di canto individuali che, come rette parallele, non si incontrano mai.

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