Dopo anni di concerti, canzoni e progetti portati avanti tra palco e organizzazione di eventi, Martino Adriani continua a vivere la musica come uno spazio di libertà, ricerca e condivisione. Con “Panico Rock and Roll” guarda con ironia alle contraddizioni dell’ambiente musicale, senza rinunciare a quell’attitudine indipendente che si misura soprattutto nella capacità di seguire il proprio percorso, anche quando significa andare contro le aspettative. Nel suo sguardo convivono l’esperienza e la voglia di non smettere di stupirsi, il confronto con chi ha contribuito a costruire una scena e la ricerca di una voce personale, lontana dalle imitazioni. In questa intervista parliamo di influenze, disillusioni, autenticità e del desiderio di continuare a portare le proprie canzoni fuori da sé, perché incontrino qualcuno disposto ad ascoltarle.
Dopo tanti anni di concerti, canzoni scritte e progetti portati avanti, mi interessa capire cosa ti spinge ancora a fare musica. Al di là della necessità di raccontare qualcosa o del desiderio di condividere le tue canzoni, che cosa succede quando senti che un brano deve necessariamente uscire da te? È un’urgenza che riconosci subito o qualcosa che hai imparato a coltivare nel tempo?
Non credo ci sia una risposta sempre uguale. A volte nasce tutto da un’esigenza precisa, da qualcosa che ti porti dentro e che a un certo punto senti il bisogno di tirare fuori. Altre volte, invece, parti quasi per gioco, senza avere niente di particolare da raccontare, e ti ritrovi a inseguire un’intuizione che piano piano prende forma. Mi piace pensare che la scrittura abbia anche questa componente imprevedibile: non sempre sai cosa stai cercando finché non lo trovi. Dopo tanti anni, credo di aver imparato soprattutto a riconoscere quei momenti e a seguirli, senza forzare troppo le cose.
In “Panico Rock and Roll” racconti un mondo che conosci bene, con le sue contraddizioni, le illusioni e il prezzo da pagare per continuare a frequentarlo. Ma se dovessi guardarti oggi, senza l’ironia con cui osservi quella scena nella canzone, diresti di avere ancora lo stesso spirito rock and roll degli inizi? E in che cosa si manifesta, concretamente, adesso che conosci meglio le regole e i compromessi di questo ambiente?
Credo di sì, anche se oggi lo spirito è accompagnato da una consapevolezza diversa. All’inizio c’è sicuramente più incoscienza, ma anche un certo immaginario legato al rock and roll, all’idea di libertà, di ribellione, di un mondo in cui tutto sembra possibile. Poi, frequentandolo, ti rendi conto che la realtà è fatta anche di compromessi, dinamiche grottesche e piccole miserie. Questo però non significa che venga meno la voglia di fare le cose a modo proprio, di mettersi in gioco e di non adeguarsi per forza. Credo che oggi il mio spirito rock and roll si manifesti soprattutto in questo: continuare a portare avanti il mio percorso senza sentirmi obbligato a rispettare certe aspettative. Poi ovviamente il rock and roll è anche un modo di stare al mondo, un’attitudine, un pensiero, un gusto. È qualcosa che ti porti dietro sia con la chitarra in mano che senza.
Cristiano Godano e Pierpaolo Capovilla sono due figure che, in modi diversi, hanno dimostrato come si possa abitare il rock italiano senza separare la ricerca musicale da una precisa identità espressiva. Ci sono artisti che hanno rappresentato per te un riferimento non soltanto musicale, ma anche nel modo di stare al mondo e affrontare il proprio percorso? E quanto è difficile riconoscere queste influenze senza rischiare di diventare la versione di qualcun altro?
Senza dubbio, ci sono artisti della scena indipendente con cui ho condiviso momenti ed esperienze, di cui apprezzo non solo le canzoni, ma anche la loro forma di resistenza, in un Paese che non è così tanto rock. Citi Cristiano Godano e Pierpaolo Capovilla, ci metterei anche Giorgio Canali. Sono riferimenti che vanno oltre la musica. Parliamo di una scena che ha preso forma negli anni Novanta e che, nonostante gli innumerevoli successi, ha mantenuto una coerenza, una veracità e un’attitudine uniche.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, assolutamente no. Si può essere influenzati da certi artisti, ammirarli profondamente, senza per questo voler seguire le loro orme o diventare una loro versione. Contaminazioni, ecco, tutto qua.
Crescendo musicalmente si rischia di diventare più consapevoli, ma anche di perdere una parte dell’incoscienza che rendeva possibile scrivere certe canzoni. Ripensando al Martino Adriani che ha iniziato a fare musica, c’è qualcosa del suo modo di guardare le cose che vorresti recuperare? Oppure pensi che proprio le disillusioni, gli incontri e gli errori siano diventati una parte indispensabile della tua scrittura?
Non so se vorrei recuperare qualcosa in particolare, perché sì, credo che le disillusioni e gli errori facciano parte del percorso. Col tempo cambi, cambiano le cose che ti interessano e il modo in cui le racconti. Sicuramente oggi ho uno sguardo diverso rispetto a quando ho iniziato, anche perché ho accumulato esperienze che inevitabilmente finiscono nella scrittura. Mi piacerebbe però, più che recuperare, tenere viva la capacità di stupirmi che avevo agli inizi. La consapevolezza è importante, ma non vorrei che diventasse un freno.
Tra la tua attività di musicista e quella di organizzatore di eventi, hai la possibilità di osservare la musica sia da chi la propone sia da chi contribuisce a creare le condizioni perché venga ascoltata. Quando incontri un artista che ti colpisce davvero, che cosa ti fa capire che davanti hai qualcuno con una voce autentica? E, guardando al tuo percorso, qual è la cosa che speri di non perdere mai, anche se dovessero cambiare radicalmente il pubblico, i contesti e le possibilità di fare musica?
La cosa che mi colpisce di più di un artista è la capacità di avere una voce propria, di non limitarsi a riprodurre qualcosa che funziona già, ma di trovare un modo personale di raccontare e raccontarsi. Non significa necessariamente inventare qualcosa di mai sentito prima, ma avere uno sguardo riconoscibile e un’urgenza espressiva che arrivano a chi ascolta.
Quello che invece faccio più fatica a digerire, e spesso anche ad apprezzare, sono i cloni, le imitazioni troppo evidenti, gli artisti che sembrano ricalcare in maniera quasi didascalica la voce, il linguaggio e l’attitudine di qualcun altro. Le influenze sono inevitabili, come dicevo in una risposta precedente, ma per me c’è una differenza sostanziale tra assorbire qualcosa e restituirla attraverso la propria sensibilità e limitarsi a riprodurla. È quando riesci a trasformare le tue influenze in qualcosa di personale che cominci davvero a dire qualcosa.
Del mio percorso vorrei conservare soprattutto la libertà di scegliere, di sperimentare e di portare avanti le cose in cui credo. Mi piacerebbe continuare a farlo senza perdere di vista il motivo per cui ho iniziato: la voglia di stare dentro la musica e di condividere esperienze, senza che tutto debba necessariamente rispondere a una logica di risultato. E poi la curiosità di far ascoltare le mie canzoni, la voglia di darle in pasto agli altri. Io ho sempre scritto per far ascoltare quello che faccio, mai per me stesso, e spero di non perdere mai questa spinta, questa urgenza di portare le mie canzoni fuori da me e farle arrivare a qualcuno.






