Con “Sono io”, i Panoramica trasformano fragilità, esitazioni e silenzi in un racconto che cresce lentamente fino a trovare una propria liberazione. Il singolo, nato da un’esperienza personale ma sviluppato collettivamente all’interno della band, mette al centro tutte quelle emozioni che spesso restano soffocate: la paura di esporsi, il bisogno di sentirsi abbastanza e la difficoltà di smettere di vivere “a bassa voce”. In questo equilibrio tra intimità e apertura, il brano costruisce un percorso emotivo sincero e generazionale, senza mai cadere nell’autocommiserazione.
Nati tra Bergamo e Reggio Emilia, i Panoramica hanno costruito il proprio progetto attraversando chilometri, esperienze e sensibilità diverse, trasformando la distanza in una parte fondamentale del loro linguaggio artistico. Anche per questo “Sono io” suona come un continuo movimento tra introspezione e ricerca di un punto comune, sia umano che musicale. In questa intervista la band racconta il significato del brano, il rapporto con la provincia, la costruzione della loro identità e il modo in cui cercano di mantenere autenticità e lucidità nella scrittura.
1. In “Sono io” raccontate il momento in cui una persona smette di vivere “in secondo piano” e inizia finalmente a riconoscersi: quanto è stato importante partire da quella frase — “sognare a bassa voce” — per costruire tutto l’immaginario del brano?
Quel verso rappresenta per noi un vero e proprio punto di partenza dell’immaginario del brano.
‘Sognare a bassa voce’ racchiude l’idea iniziale da cui nasce tutto il percorso di crescita raccontato in Sono io: una fase fatta di pensieri trattenuti, che col tempo iniziano a trasformarsi in consapevolezze, scelte e azioni concrete.
Per questo è stato importante partire proprio da quella frase, perché contiene già in sé la dinamica che poi si sviluppa nel resto del brano. Il sogno, inizialmente silenzioso e quasi nascosto, piano piano prende forma, diventa parola e infine si apre anche a una dimensione più libera e espressiva.
In un certo senso riflette anche il modo in cui cresce la musica stessa: parte in modo intimo e contenuto, per poi aprirsi gradualmente fino alla sua piena espressione.
2. Avete descritto i Panoramica come un progetto nato da chilometri percorsi per riuscire a provare e suonare insieme: secondo voi questa distanza fisica ha cambiato anche il vostro modo di scrivere, rendendo i brani più legati all’idea di viaggio, ritorno e ricerca di un punto comune?
Viaggiare ha sicuramente contribuito a definire il nostro modo di scrivere, perché ci ha permesso di entrare in contatto con persone, contesti e sensibilità differenti. Questo si riflette anche nella nostra musica, che nasce proprio da una certa eterogeneità di esperienze che poi confluiscono nel nostro sound.
Allo stesso tempo, gli spostamenti e la distanza fanno parte della nostra quotidianità come band, e questo inevitabilmente influenza anche il modo in cui viviamo il progetto: c’è sempre un continuo andare e tornare, non solo fisico ma anche emotivo, che entra nel nostro modo di raccontare le cose.
Molti dei nostri brani nascono proprio da esperienze vissute durante questi spostamenti o nei momenti di incontro, che poi diventano spunti narrativi da trasformare in musica e testi.
3. In “Sono io” il pezzo cresce lentamente fino a un finale quasi liberatorio, dove cambia completamente intensità: avete pensato fin dall’inizio a una struttura così “esplosiva” oppure il brano si è trasformato strada facendo durante le prove e la produzione?
Non è stata una scelta completamente definita fin dall’inizio della scrittura del brano. L’idea di un crescendo emotivo è nata progressivamente, soprattutto durante la rielaborazione del testo e del modo in cui veniva interpretato vocalmente.
A quel punto ci è sembrato naturale che anche la parte musicale seguisse la stessa direzione, costruendo un aumento di intensità che portasse fino alla sensazione finale di esplosione emotiva.
Più che un’idea imposta a tavolino, è stato quindi un processo che si è sviluppato in modo spontaneo, in cui testo, voce e musica hanno iniziato a muoversi nella stessa direzione.
4. Bergamo e la provincia negli ultimi anni hanno visto nascere molti progetti indipendenti con identità molto forti: sentite che quel contesto abbia avuto un ruolo concreto nel vostro percorso, sia dal punto di vista umano che musicale?
Venire da un contesto di provincia aiuta sicuramente a mantenere una certa spontaneità, che forse in realtà più frenetiche e caotiche rischia di perdersi a favore di una maggiore velocità di produzione.
Il fatto di essere nati e cresciuti tra Bergamo e Reggio Emilia ci ha dato una dimensione più tranquilla, che ha favorito la libertà di espressione e la possibilità di costruire le cose con più calma.
Allo stesso tempo, la vicinanza a Milano ci ha permesso di rimanere comunque in contatto con un panorama musicale più ampio e strutturato, senza però sentirci completamente dentro a quelle dinamiche.
Anche dal punto di vista della scrittura pensiamo che la provincia influisca molto: ti abitua a dare più spazio all’ascolto, alla costruzione lenta delle idee e alla condivisione tra poche persone, ma molto solide. Questo, nel nostro caso, ha contribuito a definire un approccio più diretto e sincero nella scrittura, dove ogni cosa nasce prima da un’esigenza reale piuttosto che da una necessità di “correre”.
5. Nel vostro racconto tornano spesso parole come fragilità, esitazione e silenzi imposti, ma senza mai cadere nell’autocommiserazione: quanto lavorate per mantenere questo equilibrio tra vulnerabilità e lucidità nella scrittura?
Spesso questo equilibrio nasce in modo piuttosto naturale, perché il nostro obiettivo è raccontare ciò che viviamo senza scivolare nel vittimismo o in una visione eccessivamente negativa. Cerchiamo di mantenere sempre uno sguardo lucido su quello che scriviamo.
Probabilmente questo è anche legato al fatto che, quando arriviamo alla scrittura, il momento che stiamo raccontando è già stato in qualche modo attraversato e superato. Questo ci permette di avere una distanza emotiva che rende più chiaro cosa vogliamo dire e come vogliamo raccontarlo.
In questo senso, la vulnerabilità rimane, ma viene filtrata da una consapevolezza che ci aiuta a trasformarla in qualcosa di più universale e meno legato solo al singolo episodio vissuto.
6. Il nome “Panoramica” nasce dall’idea di uno sguardo aperto su esperienze e vissuti differenti: oggi sentite che questa pluralità sia ancora il centro del progetto oppure col tempo state cercando una direzione più definita e compatta?
Crediamo che l’eterogeneità di pensiero e di formazione musicale di ciascuno di noi sia una delle caratteristiche che ci contraddistinguerà sempre. Questo però non significa essere un progetto disordinato o indefinito.
Al contrario, per noi Panoramica rappresenta proprio l’idea di un’identità precisa e riconoscibile, costruita però attraverso sensibilità diverse che convivono e si arricchiscono a vicenda.
Le nostre differenze diventano quindi elementi che contribuiscono al suono della band, aggiungendo sfumature e punti di vista diversi, ma sempre all’interno di una direzione comune ben definita.






