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25 Giugno 2026

Tarantino: «Le cose più vere nascono quando smetti di misurarti con il rumore»

Dopo un periodo di silenzio discografico, Tarantino torna con Cuore a pezzi, un brano che mette al centro fragilità, consapevolezza e il coraggio di guardarsi dentro senza cercare scorciatoie. Lontano dalla ricerca ossessiva dei numeri e dalle dinamiche che oggi dominano gran parte della comunicazione musicale, l’artista sceglie di ripartire da sé stesso e da... Read More

Dopo un periodo di silenzio discografico, Tarantino torna con Cuore a pezzi, un brano che mette al centro fragilità, consapevolezza e il coraggio di guardarsi dentro senza cercare scorciatoie. Lontano dalla ricerca ossessiva dei numeri e dalle dinamiche che oggi dominano gran parte della comunicazione musicale, l’artista sceglie di ripartire da sé stesso e da un modo di fare musica più autentico, libero dalle aspettative esterne.

In questa intervista Tarantino racconta il rapporto con il successo, il peso dei social, la necessità di mettersi continuamente in discussione e il percorso che lo ha portato a ritrovare la propria voce artistica. Una conversazione intensa che attraversa dubbi, trasformazioni e nuove consapevolezze, restituendo l’immagine di un artista che ha imparato a fare pace con le proprie ferite e a trasformarle in musica.

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Negli anni hai attraversato fasi molto diverse, sia artisticamente che personalmente. Guardando al Tarantino degli inizi e a quello che pubblica Cuore a pezzi oggi, qual è l’idea sulla musica o sul successo che hai completamente cambiato lungo il percorso?

All’inizio tutto ti travolge. Non sei pronto a quell’esposizione, e se non stai attento rischi di perdere il filo. I social, i numeri, i giudizi esterni iniziano ad occupare uno spazio mentale che dovrebbe restare libero per comporre, per scrivere, per stare con te stesso. Io l’ho vissuto. C’è stato un momento in cui mi sono accorto che quel rumore stava coprendo la mia voce, non amplificandola.

La cosa che ho cambiato più radicalmente nel tempo è proprio questa: ho smesso di cercare il successo là fuori e ho ricominciato a cercarlo dentro quello che producevo. Oggi uso i social come mezzo, non come specchio. La differenza sembra piccola ma cambia tutto, perché quando smetti di misurarti costantemente con quello che accade lì dentro, ritorni a sederti e a scrivere con una testa libera. E da lì nascono le cose vere.


Il modo di promuovere la musica è cambiato radicalmente negli ultimi anni: oggi agli artisti viene chiesto di essere creatori di contenuti, narratori quotidiani e presenze costanti sui social. Come è cambiato il tuo rapporto con la promozione dei brani e quali aspetti di questo cambiamento vivi con maggiore naturalezza o fatica?

Onestamente mi importa relativamente quello che viene richiesto agli artisti in termini di contenuti. Non mi piace omologarmi, e questo mi ha tolto un sacco di pressione. Fare esattamente quello che non ci si aspetta, per me, è già una vittoria. Indipendentemente dai risultati.

Viverlo con naturalezza non significa che sia facile, significa che ho scelto da che parte stare. E stare fuori dagli schemi è come guardare tutto dall’esterno di una gabbia in cui gli altri si sono chiusi volontariamente, spesso senza nemmeno accorgersene. C’è qualcosa di liberatorio in quella prospettiva. E anche di divertente, sinceramente. Andare controcorrente ha una sua leggerezza quando smetti di sentirti in difetto per farlo.


Dopo un periodo di assenza, il ritorno può essere vissuto come una rinascita oppure come una prova da superare. Hai sentito più il desiderio di ritrovare il pubblico o il bisogno di ritrovare te stesso come artista?

Non ho mai pensato al pubblico durante questo periodo. Il ritorno è nato da un bisogno personale, punto. Quando smetti di pubblicare non è detto che smetti di creare, e io non ho mai smesso di scrivere, di suonare, di cercare qualcosa che sentissi davvero mio. Cuore a pezzi non è arrivato perché era il momento giusto per tornare, è arrivato perché era il momento giusto per me.

Ritrovare il pubblico è una conseguenza, non un obiettivo. Se prima di pubblicare mi fossi chiesto “cosa vuole sentire la gente?” avrei probabilmente scritto qualcosa di diverso e di meno onesto. Il bisogno di ritrovare me stesso come artista viene prima di tutto il resto, sempre. E credo che si senta, nella musica, quando un pezzo nasce da quel posto lì.


In Cuore a pezzi emerge una forte consapevolezza delle proprie fragilità. C’è stato un momento, durante questi anni di crescita e distanza dalla pubblicazione, in cui hai dovuto mettere in discussione parti della tua identità artistica che consideravi ormai definitive?

Più che mettere in discussione la mia identità artistica, ho messo in discussione me stesso come persona. Per me le due cose non si separano, vanno all’unisono. Quello che sono dentro finisce inevitabilmente in quello che scrivo, quindi quando attraversi un periodo in cui ti interroghi, ti smonti e ti rimetti insieme, quella trasformazione arriva anche nella musica.

E non è stato un momento singolo. Io sono costantemente in discussione con me stesso, è un processo che non si chiude mai. Lo vivo come qualcosa di necessario, non come una crisi. Chi smette di mettersi in discussione smette di crescere, e nella musica si sente subito quando un artista ha smesso di farlo. Cuore a pezzi viene anche da lì, da quella tensione continua tra chi sei stato e chi stai diventando.


Se potessi incontrare il Tarantino che stava iniziando il suo percorso musicale, poco prima di pubblicare i primi brani, quale verità sul mestiere dell’artista gli racconteresti e quale invece lasceresti che scoprisse da solo, anche a costo di soffrirne?

Gli direi di non aver paura degli errori. Che sbagliare non è una sconfitta, è il mestiere. Che ogni canzone che ti sembra sbagliata ti sta insegnando qualcosa che nessuna masterclass potrà mai darti. Questa gliela direi subito, senza esitare.

Ma il resto lo lascerei scoprire da solo. La delusione, il silenzio dopo aver pubblicato qualcosa in cui credevi ciecamente, la sensazione di parlare nel vuoto. Quelle cose non si possono raccontare, si devono attraversare. Sono il prezzo del biglietto, e chi non le ha pagate non sa davvero cosa significhi stare su un palco o mettere fuori un pezzo di sé.

C’è una cosa strana nel fare l’artista: le ferite che ti sembrano insopportabili nel momento in cui le ricevi diventano esattamente il materiale con cui costruisci le cose più vere. Non gliene parlerei, perché so che non mi crederebbe. E forse è giusto così. Alcune verità hanno senso solo quando le scopri con le tue mani, anche a costo di sanguinare un po’.

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