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1 Giugno 2026

Alessio Longoni: «L’identità artistica non è qualcosa di fisso, ma un movimento continuo»

Nel panorama della canzone d’autore contemporanea, Alessio Longoni ha costruito negli anni un percorso personale in cui musica e parola convivono in un equilibrio delicato. Le sue canzoni non rincorrono mai la spiegazione immediata: preferiscono evocare, suggerire, lasciare spazio all’ascoltatore. Tra immagini sospese, riflessioni sul tempo, memoria e relazioni umane, la sua scrittura si muove... Read More

Nel panorama della canzone d’autore contemporanea, Alessio Longoni ha costruito negli anni un percorso personale in cui musica e parola convivono in un equilibrio delicato. Le sue canzoni non rincorrono mai la spiegazione immediata: preferiscono evocare, suggerire, lasciare spazio all’ascoltatore. Tra immagini sospese, riflessioni sul tempo, memoria e relazioni umane, la sua scrittura si muove spesso in territori vicini alla letteratura e alla filosofia, senza rinunciare alla dimensione emotiva della canzone. In questa intervista abbiamo parlato del processo creativo che sta dietro ai suoi brani, del valore del silenzio nella musica di oggi, del rapporto tra memoria e racconto e di come l’identità artistica possa nascere anche dall’accettazione delle proprie contraddizioni.


In molti tuoi pezzi si percepisce una scrittura quasi “letteraria”, fatta di immagini sospese e riferimenti filosofici più che di racconti espliciti: quando componi, parti prima da una frase, da una visione o da uno stato emotivo difficile da nominare?

Molto spesso parto da uno stato emotivo ancora indefinito, qualcosa che sento prima ancora di riuscire a tradurre in parole. Da lì emergono immagini, frammenti, intuizioni. Solo successivamente provo a dare una forma più precisa. La scrittura per me è un processo di avvicinamento a qualcosa che inizialmente non ha contorni netti.

Hai citato più volte artisti come Battiato, Tenco e De André tra le tue influenze: credi che oggi esista ancora spazio per una canzone d’autore che abbia il coraggio di rallentare, lasciare silenzi e non spiegare tutto immediatamente?

Credo di sì, e forse oggi è ancora più necessaria. Viviamo in un tempo che spinge verso l’immediatezza e la semplificazione, ma proprio per questo penso ci sia bisogno di musica che sappia prendersi il tempo del dubbio, del silenzio, della riflessione. Una canzone non deve per forza consumarsi nel primo ascolto. Può anche chiedere tempo, e proprio per questo lasciare una traccia più profonda.

Tiepidi autunni affrontava il tema della memoria e della fine di un amore con uno sguardo molto delicato, quasi cinematografico: cosa ti interessa di più raccontare quando scrivi di relazioni umane — ciò che si vive o ciò che resta dopo?

Mi interessa soprattutto ciò che resta. Il vissuto appartiene all’esperienza immediata, ma è nella memoria che le cose si trasformano e assumono un altro significato. Quello spazio che si crea dopo, fatto di distanza e rilettura, spesso rivela aspetti che nel momento presente non siamo in grado di cogliere.

Guardando oggi il tuo percorso, dalle prime pubblicazioni fino ai lavori più recenti, hai la sensazione di aver inseguito un’identità precisa oppure di aver accettato che una canzone possa essere anche un luogo di contraddizione continua?

Credo di aver accettato la contraddizione come parte essenziale del percorso. Per molto tempo ho pensato che trovare una cifra precisa fosse l’obiettivo. Oggi sento invece che l’identità artistica non è qualcosa di fisso, ma un movimento continuo. Una canzone può contenere tensioni, ambivalenze, persino incoerenze apparenti. Ed è spesso proprio lì che trova la sua verità.

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