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19 Giugno 2026

Intervista a OYOSHE: “Fare canzoni è come fare audio-fotografie della realtà”

C’è chi usa la musica per evadere e chi per capire meglio quello che gli succede intorno. OYOSHE appartiene decisamente alla seconda categoria. Nel suo percorso il rap è diventato uno spazio dove fermare momenti, persone, errori, cambiamenti e trasformarli in qualcosa che resta nel tempo. Da questa esigenza nasce MILLENNIAL, un album che mette... Read More

C’è chi usa la musica per evadere e chi per capire meglio quello che gli succede intorno. OYOSHE appartiene decisamente alla seconda categoria. Nel suo percorso il rap è diventato uno spazio dove fermare momenti, persone, errori, cambiamenti e trasformarli in qualcosa che resta nel tempo. Da questa esigenza nasce MILLENNIAL, un album che mette insieme esperienze personali, osservazione sociale e voglia di sperimentare, senza rinunciare a quella componente umana che attraversa tutto il progetto. Tra ricordi analogici, strumenti suonati, nuove sonorità e storie vissute sulla propria pelle, abbiamo parlato con lui di musica, crescita personale e del bisogno di lasciare una traccia autentica in un presente che corre sempre più veloce.

 

 

“MILLENNIAL” racconta una generazione sospesa tra passato e presente. Quanto senti che questo tema riguardi anche la vita quotidiana oltre la musica?

Ho sempre pensato che le mode, se per alcuni casi cosi vogliamo definirle, tornano sempre. Oggi che il progresso va a tagliare sempre di più la parte umana delle cose, credo che per quanto possano cercare di anestetizzarci, alcuni di noi hanno ancora la necessità di toccare con mano, di parlare con le persone da vicino e addirittura scrivere a penna. Ciò non toglie che sappiamo come usare un dispositivo, come collegarci rapidamente con l’altra parte del mondo, e come trarre benefici dai progressi della scienza. Ma sento che qualcosa di radicale ancora sia giusto che resti e che dia l’opportunità

Nel disco affronti temi molto personali ma anche sociali. Quanto è importante oggi usare la musica per raccontare la realtà?

E grazie alla realtà che vivo e che fortunatamente non devo truccare, che ancora scrivo canzoni. Per me è tra i motivi principali, fare canzoni è come fare audio-fotografie di momenti, realtà, storie, esperienze.

Il progetto unisce sonorità elettroniche, hip hop e strumenti suonati. Quanto ti interessa sperimentare musicalmente?

L’hip hop è sempre stata una cultura in continua evoluzione. Mi ha trasmetto la voglia di esplorare gia da quando da piccolo provavo a loopare i Beats strumentali sulle cassettine. È una cultura che volge alla conoscenza, e credo di avere ancora tanto da imparare e sperimentare, mi piacerebbe fare dischi con sound ancora piu sperimentali come denzel curry o addirittura flume.

Hai definito il rap come una forma di terapia. Scrivere ti aiuta davvero a dare ordine ai pensieri?

Si, mi aiuta a riflettere sulle cose, anche perchè di scriverle le cose sono tantissimi gli scrupoli, quindi tendo molto a riflettere su quello che sto dicendo, tanto che a volte sono portato a correggere determinate frasi o concetti anche nel tempo.

L’album alterna momenti più energici ad altri più introspettivi. Quanto rispecchia il tuo carattere?

Come dicevo in un altro brano “e vot sto buon, e vot sto mal”. A volte ci sentiamo in dovere di stare sempre in piedi, è una società che ci fa vedere le debolezze come un gap, quando tutti dovremmo conoscere i nostri limiti e l’equilibrio lo si dovrebbe trovare nell’accettazione, e partire da li con una forza diversa per adeguarsi al mondo con quello che si ha. Invece crediamo sempre di non avere abbastanza perchè vogliamo stare al passo coi tempi e con tutti. Crediamo di non essere ricchi abbastanza perchè misuriamo la ricchezza con la moneta in una società che ci mette in competizione. La stabilità senza uno smisurato stress sembra non esistere, quindi è giusto anche poter abbassare la guardia ogni tanto, ed è cosi che sono riuscito ad inserire brani introspettivi in un album che inizialmente è iniziato lavorando alle tracce più esplosive.

Hai collaborato con artisti provenienti da mondi differenti. Cosa cerchi umanamente prima ancora che artisticamente in una collaborazione?

Il rispetto e la voglia reciproca di collaborare è fondamentale per me. Ho visto l’umiltà di artisti enormi, rapportarsi come quello che sono: essere umani. E poi c’è vive nella sua ampolla e ci si “protegge”. Posso rispettare anche quella purchè non finisca in un superficializzare chiunque si abbia davanti, lo reputo irrispettoso. Dal lato di chi cerca contributi e partecipazione invece, non mi piace ci si arrampichi sugli specchi per avere l’attenzione di qualcuno più in alto. Se arrivo a qualcuno, voglio arrivarci con la mia musica e avendo il piacere che quegli stessi artisti possano ascoltare e seguire anche quello che faccio. Quando ho avuto props da artisti famosi, manco me lo aspettavo e da più piccolo quando ho fatto i progetti con gli americani, è successo con parecchi artisti che ho conosciuto, mi ha emozionato scoprire che mi conoscevano e che da tempo gia apprezzavano la mia musica.

Quanto senti che la tua generazione abbia vissuto un cambiamento unico rispetto a quelle precedenti?

Lo puoi vedere dall’approccio alle tecnologie, e come oggi un mio coetaneo riesca a sfruttare gli elementi contemporanei portando con se un retaggio storico e culturale proveniente dal passaggio 90-2000. Io ho sempre amato la tecnologia, ma non mi sono mai privato di sporcarmi con una partita di pallone, o di stare d’estate chiuso in casa per giocare alla play, nonostante sia anche quella una mia passione. Il giusto ibrido tra analogico e digitale!

Cosa speri arrivi a chi ascolterà “MILLENNIAL” per la prima volta?

Di potersi rispecchiare, di qualunque generazione possa essere chi lo ascolta!

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